L’ARGENTINA E IL CONTO SALATO CON LA REALTA’

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A giugno la Corte Suprema Usa dovrà esprimersi definitivamente sul contenzioso tra il fondo americano Nml Capital e il governo argentino sul  pagamento di 1,33 miliardi di dollari di interessi sui Tango Bond ristrutturati con due offerte nel 2005 e nel 2010, ma che un 7% dei creditori ha respinto decidendo di passare alle vie legali. Il fondo d’ investimento statunitense, controllato dalla Elliott Management, richiede sia il pagamento degli interessi sia l’accesso ai conti segreti del governo sudamericano in modo tale da potersi appropriare di tutte le risorse necessarie per il soddisfacimento dei propri diritti.

Il fondo Nml Capital acquistò i bond argentini dai creditori in disaccordo con le offerte dei Tango Bond ristrutturati, con l’obiettivo di ottenere una rivalsa completa sul governo guidato da Cristina Férnandez de Kirchner per ricevere il pagamento integrale dei bond.Elliot Management  ha accusato apertamente la Casa Rosada di inesperienza e di non voler collaborare per arrivare ad un comune accordo. Buenos Aires infatti ha da tempo fatto sapere che, in caso di sentenza sfavorevole, è pronta ad annunciare un nuovo default sul debito estero provocando così seri problemi all’intero continente sudamericano e indirettamente anche agli Usa. L’Argentina è in una condizione economico-finanziaria molto precaria, complice il ritorno dell’iperinflazione e il crollo della valuta nazionale.

Buenos Aires inoltre  sta esaurendo pericolosamente le proprie  riserve valutarie in dollari, per cui non sarebbe in grado di resistere a una nuova ondata di panico. Per scongiurare un nuovo default (oggi i bond argentini sono giudicati Caa1 da Moody’s, cioè “spazzatura”) e una crisi su larga scala nelle Americhe, è sceso in campo il presidente americano Barack Obama che si è schierato al fianco della Kirchner nel contenzioso con il fondo Nml Capital.

Un primo segnale in tal senso è giunto da un improvviso dietrofront di ben 8 dei 9 giudici della Corte americana: nell’udienza  si sono dimostrati più inclini alla causa argentina quando invece fino a qualche tempo fa erano decisamente orientati a far valere le ragioni del fondo Usa. Anche il procuratore Edward Kneedler, che rappresenta il governo Usa, si è schierato con l’Argentina. A quanto pare, dietro questo repentino cambiamento di opinioni, ci sarebbe lo zampino di Obama che in cambio avrebbe chiesto alla Kirchner di ammorbidire notevolmente la sua condotta politica, dopo anni di attacchi ed espropriazioni forzate a danno di multinazionali straniere che stanno minando la fiducia degli investitori esteri nei confronti di Buenos Aires.

Il Governo ormai conta solo sull’appoggio quasi imposto da parte di chi è impiegato nello Stato e vedrebbe  la propria  situazione seriamente compromessa in caso di un cambio radicale: dal mondo intellettuale foraggiato con ampie sovvenzioni  e con l’ovvio sostegno di organizzazioni filogovernative sui diritti umani, anche loro cooptate con lucrosi finanziamenti, riducendosi a scudo mediatico atto a coprire le varie malefatte governative.

La favola kirchnerista della “Decada ganada”  in un paese in cui nell’ultimo tirmestre del 2013 in base all’ultimo rapporto dell’Universidad Catolica Argentina, la povertà ha ormai raggiunto quasi il 28% della popolazione, è l’ennesimo prodotto peronista che, come i precedenti, hanno portato l’Argentina a crisi devastatrici dalle quali la nazione ha potuto riprendersi solo grazie alla sua produzione agricola e alla carne, settori chiave che il kirchnerismo è riuscito a mettere in crisi in questi dieci anni, nonostante una situazione economica mondiale estremamente favorevole al loro sviluppo.

Non si spiega altrimenti “l’assordante” silenzio dell’Indec (l’Istat argentino) nel fornire le cifre sull’indice di povertà del secondo semestre del 2013.Ben poco sono valse le “rassicurazioni” del Capo di Gabinetto Jorge Capitanich sulla “drastica riduzione della povertà in questi anni”.La sua Provincia, il Chaco è lo specchio evidente del gap fra la propaganda e la situazione reale(vedi videoreportage).

Proprio per protestare contro l’aumento dei prezzi e della criminalità i maggiori sindacati argentini hanno proclamato uno sciopero di 24 ore che ha letteralmente paralizzato il paese.

Lo sciopero ha bloccato metropolitane, treni e bus, oltre ad altri servizi essenziali, come la raccolta dei rifiuti, sono stati anche eretti blocchi per le strade della capitale Buenos Aires. I manifestanti hanno protestato contro l’aumento del costo della vita: in particolare l’ascesa dell’ inflazione appare inarrestabile e secondo le stime non ufficiali, sembra ormai proiettata al34% per quest’anno, il triplo rispetto alle stime ufficiali del Governo che ha calcolato che l’aumento è stato del 7 per cento dall’inizio dell’anno, in virtù di un nuovo metodo di calcolo introdotto di recente dopo le vibranti proteste del Fondo Monetario Internazionale.Fino a pochi mesi fa, infatti, la contabilità nazionale argentina era tutto fuorché coerente, per non dire che si basava su evidenti  menzogne.

Dopo anni di politiche demagogiche,un cambio di rotta doloroso per gli argentini, sarebbe prima o poi arrivato in un modo o nell’altro: il governo ha a lungo utilizzato la Banca centrale  come un bancomat per adeguare i salari ad un’inflazione crescente, alimentando così la spirale ascendente dei prezzi.

Nonostante un tasso d’inflazione ufficiale relativamente basso, il governo ha continuamente concesso aumenti salariali a doppia cifra percentuale, nel tentativo (vano) di mantenere il potere d’acquisto.

Ma i lavoratori sono stati pagati a lungo con banconote sempre più somiglianti a carta straccia, tanto che è nato un florido mercato nero dove gli argentini possono acquistare valuta forte per difendersi dalle tensioni monetarie.

Posto alle strette da una realtà sempre più insostenibile, il governo,spalle al muro, ha “concesso” al peso argentino di deprezzarsi del 20 per cento contro il dollaro statunitense e ciò ha portato per ora relativa calma sul mercato nero, dove il dollaro viene scambiato per 10 pesos, al posto dei 13 di alcuni mesi fa, mentre il tasso ufficiale è fermo a quota 8. Questa svalutazione si è resa necessaria poiché la difesa del cambio era diventata semplicemente troppo onerosa per un Paese le cui riserve valutarie potrebbero non bastare neppure per arrivare a fine anno ed il recente dato di un crollo del 92% del saldo commerciale dei primi tre mesi dell’anno rispetto al 2013, certo non aiuta le traballanti casse dello Stato alla disperata ricerca di dollari.

Il Governo, ha avviato recentemente una serie di riforme e azioni volte a rimettere in piedi il Paese: l’Argentina è scesa a patti con la Banca Mondiale, ha cominciato a pubblicare statistiche meno ridicole dopo le minacce di espulsione del Fondo Monetario Internazionale, riavviato i negoziati con il Club di Parigi, che raggruppa i Paesi creditori e, più di recente, ha finalmente concesso a Repsol un indennizzo per la nazionalizzazione della compagnia petrolifera YPF, circostanza che aveva spaventato non poco gli investitori stranieri e reso l’Argentina un paese in cui è pericoloso investire denaro,prosciugando  così l’ossigeno del flusso di denaro in entrata.

Resta però del lavoro da fare, soprattutto all’interno dei propri confini, e si tratta delle riforme più dolorose, ovvero la risoluzione degli squilibri economici lasciati a marcire dopo anni di incuria e demagogia. Per ora il governo, oltre a lasciare un po’ le briglie del cambio, ha deciso di tagliare i sussidi su gas e acqua(con rincari del 500%!), nel tentativo di risparmiare poco più di un miliardo di euro e tagliare così il maggior deficit dell’ultimo decennio. Il momento per i tagli, tra l’altro, non è neppure dei migliori, visto che nel 2014 la crescita economica non dovrebbe raggiungere il mezzo punto percentuale.

Ma l’Argentina dopotutto, si è ubriacata di parole per troppo tempo, ed ora la realtà, inevitabilmente presenta il conto. Il grande sciopero che si è svolto questo mese, non è né il primo, né probabilmente sarà l’ultimo. La strada è ancora lunga e  purtroppo  dolorosa.

“K- LA DECADA ROBADA”

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La parabola politica di Amado Boudou, Vicepresidente della Repubblica Argentina, sembra essere ormai inoltratasi nella sua fase calante. La recente richiesta da parte delle autorità giudiziarie di aprire un fascicolo su di lui nell’inchiesta relativa al caso della Ciccone Calcográficapotrebbe infatti affossare definitivamente le ormai esili speranze di succedere alla Presidente Cristina Fernández de Kirchner nelle elezioni che si terranno nel 2015. Nei giorni successivi alle richieste di avviare l’istruttoria, Boudou ha cercato di salvaguardare la propria immagine istituzionale, presentandosi spontaneamente in Tribunale per presentare documenti che dovrebbero rispondere ad ogni dubbio dei giudici e seguendo regolarmente le attività del Senato, della cui Presidenza è titolare. Tuttavia, appare sempre più chiaro come Boudou, abbia ormai perso influenza in ambito governativo, anche a causa di fattori politici estranei alle recenti vicende giudiziarie. Anzi, queste ultime potrebbero imporre di chiarire gli equilibri interni al Partido Justicialista (PJ) in vista delle elezioni che sanciranno il passaggio, almeno formale, al “post-kirchnerismo”.

Amado Boudou è un rappresentante a pieno titolo dell’ ”era K”, cioè la decade in cui la scena politica del Paese è stata dominata dai coniugi Kirchner (la così detta “decada ganada” prima con Néstor, Presidente dal 2003 al 2007, quindi con Cristina, attuale Presidente).

Come questi ultimi hanno notoriamente tratto notevole vantaggio economico dalla propria posizione politica, vedendo il proprio patrimonio lievitare da 7 a 89 milioni di pesos tra il 2003 ed il 2011, così anche Boudou sembra aver approfittato delle proprie cariche a scopo finanziario. Tuttavia, mentre a più riprese la giustizia argentina ha dovuto soprassedere in merito ai vari procedimenti avviati per presunti illeciti nell’arricchimento dei Kirchner, nel 2012 i magistrati trovarono evidenze ben più consistenti a carico dell’allora appena eletto Vicepresidente e già Ministro dell’Economia nella precedente squadra di Governo. Quest’ultimo ruolo non viene citato in modo casuale: proprio grazie alla sua carica,Amado Boudou avrebbe adoperato la macchina statale per le operazioni su cui i giudici stanno cercando di far luce.

Il ‘caso Ciccone’ (o ‘Boudougate’) riguarda, infatti, il salvataggio della storica Ciccone Calcográfica S.A., un’impresa fondata nel 1951 e nota per avere più volte ottenuto commissioni dal Governo per stampare banconote ed altri documenti ufficiali. Indebolita da scelte finanziarie errate negli anni ‘90 e quindi dalla crisi del 2001, la società si trovava otto anni dopo nella condizione di dover chiudere i battenti per la scadenza dei contratti col Governo relativi alla stampa di passaporti e carte di identità. Nell’agosto 2010, in effetti, l’Amministrazione Federale delle Entrate Pubbliche (AFIP) otteneva la dichiarazione di fallimento per la Ciccone, dalla quale si esigeva di saldare anche un debito di 239 milioni di pesos (21 milioni di euro). Lastoria della società stampatrice, che sembrava ormai definitivamente chiusa,si riapriva neanche due mesi dopo in seguito all’intervento di due società, London Supply e The Old Fund, il cui interessamento permetteva il ritiro della dichiarazione di fallimento e, in novembre,la richiesta all’AFIP da parte del Ministero dell’Economia di una speciale moratoria per l’estinzione del debito. L’inverno successivo, la The Old Fund di Alejandro Vanderbroele riprendeva il controllo dello stabilimento, nel frattempo occupato da un’altra società, la Boldt S.A., e rinominava la Ciccone in Compañía de Valores Sudamericana.

Proprio l’intervento da parte del Governo sollevava però le perplessità della Magistratura, che nel 2012 istituiva un’indagine in seguito alle denunce della moglie di Vanderbroele, Laura Muñoz. Secondo la donna, infatti, il marito sarebbe stato solo un prestanome: il vero acquirente della Ciccone sarebbe stato il Ministro Amado Boudou. Nonostante quest’ultimo avesse a più riprese negato ogni rapporto col nuovo direttore della Compañía, gli inquirenti scoprivano presto che Vanderbroele aveva pagato affitto e abbonamento televisivo di un appartamento intestato al Ministro. La replica di Boudou tradiva una certa “vena kirchnerista”,accostando le indagini del giudice Daniel Refecas alla«mafia di Magnetto», vale a dire dell’amministratore delegato del Gruppo Clarín, con cui il Governo è notoriamente in conflitto.Nonostante questo, l’indagine proseguiva e giungeva alle seguenti conclusioni ufficiali: secondo la richiesta di istruttoria, quelle del Ministro sarebbero state «negoziazioni incompatibili» con la propria funzione, soprattutto relativamente all’intenzione di The Old Fund di giungere, attraverso l’acquisizione della Ciccone, ad accordi con lo Stato Nazionale «per la produzione banconote di corso legale».

Nel gennaio 2012, infatti, la direttrice della Casa de Moneda, Katya Soledad Daura, informava la Banca Centrale della Repubblica Argentina (BCRA) della volontà di incaricare la Compañía de Valores Sudamericana della produzione di nuove banconote da 100 pesos. Dietro alla richiesta era difficile non vedere la mano di Boudou: non solo Daura era stata nominata dal Ministro (nel frattempo divenuto Vicepresidente della Repubblica), ma proprio quest’ultimo aveva già incaricato la società della produzione di materiale pubblicitario per il suo tandem elettorale con la Presidente Cristina Fernández. Dopo alcune resistenze iniziali, legate soprattutto alla permanente fragilità della società stampatrice, la Presidente della BCRA Mercedes Marcó del Pont, ritirava comunque le riserve e la Compañía de Valores Sudamericana avviava la stampa delle banconote nel maggio successivo.

Questo aspetto della presunta malversazione getta luce su un altro punto di debolezza per Boudou: le stesse politiche monetarie applicate dal Ministero dell’Economia e BCRA, creano ormai più di un motivo di imbarazzo per l’Amministrazione kirchnerista. Non va infatti dimenticato che il cosiddetto “cepo cambiario”, ossia gli ostacoli posti dal Governo all’acquisizione di dollari da parte dei cittadini argentini, fu posto in essere proprio con Boudou alla scrivania del Ministero dell’Economia, nell’ottobre 2011. Benché, attualmente, al suo posto sieda il giovane Axel Kicillof, sembra prevedibile che il fallimento di un orientamento già di per sé decisamente impopolare, possa indebolire definitivamente la posizione già precaria del Vicepresidente.

E che dire del processo per “arricchimento illecito” che dovrà affrontare Ricardo Jaime, ex Segretario dei trasporti? E riguardo agli ultimi clamorosi sviluppi sul caso che legano l’imprenditore Lazaro Baez ai Kirchner? Lo scandalo parte dal programma giornalistico“Periodismo Para Todos” di Jorge Lanata , nel quale si mostra un filmato in cui l’imprenditore Leonardo Fariña, ignorando di essere ripreso, descriveva la «rete di riciclaggio dello Stato» elaborata dall’ex Presidente Néstor Kirchner al fine di trasferire l’equivalente di quasi 55 milioni di euro verso paradisi fiscali. Tramite di queste operazioni sarebbe stata, secondo Fariña, la finanziaria SGI di Federico Elaskar, ma a gestire il complesso sistema,che funzionava attraverso una cinquantina di società,sarebbe stato Lázaro Báez, imprenditore vicino alla famiglia presidenziale. Il rapporto che lega Báez ai Kirchner si sarebbe sviluppato sin dagli anni ‘90, quando Néstor Kirchner era Governatore della Provincia di Santa Cruz, ed avrebbe portato notevoli vantaggi economici ad entrambe le parti durante questi undici anni di Governo kirchnerista.

Emerge infatti che la Austral Construcciones di Lazaro Báez, originariamente un modesto impiegato del Banco di Santa Cruz, dall’insediamento di Néstor Kirchner al Governo federale, avrebbe ottenuto in appalto l’82% delle opere pubbliche nella Provincia santacruceña, per un totale di più di cinque miliardi di pesos! Baez diveniva così ben presto uno degli uomini più rilevanti dell’economia locale, acquisendo proprietà nella capitale provinciale di Río Gallegos, ma anche nella Provincia di Buenos Aires e nella capitale federale.

Tali acquisti comprendevano tra l’altro terreni (263.000 ettari solo nella Provincia di Santa Cruz), appartamenti, imprese commerciali ed interi edifici: il tutto a prezzi di gran lunga superiori a quelli di mercato. Oltre che dalle dichiarazioni di Fariña, un’ulteriore conferma del legame a doppio filo tra Báez e Néstor Kirchner proviene dai documenti scovati da Lanata e presentati ai magistrati dalla deputata Elisa Carrió, risalenti al giugno 2005 e consistenti nell’assegnazione ad Austral della costruzione di 10 abitazioni su proprietà appartenenti all’allora Presidente argentino.

Ma quali erano i meccanismi per il lavaggio di denaro? Il filone d’inchiesta seguito da Lanata mostra come un ruolo rilevante sia stato giocato dal Ministero per la Pianificazione, guidato da Julio de Vido: attraverso numerosi contatti con la cerchia di Báez, de Vido avrebbe condizionato l’andamento delle gare di appalto per favorire l’imprenditore di casa Kirchner. «Le opere le risolve de Vido», affermava infatti l’ex Governatore di Santa Cruz, Sergio Acevedo, secondo le cui parole, il Ministro tutt’ora in carica, avrebbe svolto anche le funzioni di “cassiere” per la raccolta delle tangenti. Un’altra modalità sarebbe consistita nell’affittare a prezzo maggiorato interi alberghi di proprietà della coppia presidenziale: tra il 2010 e il 2011 la società Valle Mitre (di proprietà di Báez) avrebbe versato ai Kirchner più di 14,5 milioni di pesos. Ma il filo rosso del sistema rimaneva il modo di far giungere il denaro da riciclare verso i paradisi fiscali esteri. Il sistema di cui, secondo Fariña, Báez era solo il prestanome di Kirchner funzionava lungo le rotte per Panama e la Svizzera, passando per l’Uruguay. Apparentemente il centro delle operazioni sarebbe stato il Madero Center, nella zona di Puerto Madero, a pochi passi dalla Casa Rosada. È da questo punto d’incontro, conosciuto come “La Rosadita” e utilizzato da numerosi personaggi politici di spicco per cambiare denaro in dollari, che il denaro da riciclare sarebbe partito verso la Svizzera, facendo prima scalo a Montevideo. La Casa Rosada inoltre ha dato la netta impressione di aver compiuto ogni sforzo per ostacolare e affossare la prosecuzione delle indagini. Tra i casi più eclatanti, quello più recente riguarda il Procuratore José María Campagnoli. Campagnoli era il procuratore che si occupava delle indagini sul caso Báez. Era perché dallo scorso dicembre, Campagnoli è stato sospeso dalle sue funzioni dal Tribunale Istruttorio del Ministero degli Affari Pubblici.

Nel frattempo l’Uruguay,coinvolto anch’esso nel caso della “ruta del dinero K”, ha aperto a sua volta un’inchiesta sul riciclaggio di denaro, imputando Lázaro Báez già dallo scorso inverno (la nostra estate). Il caso è però rimasto a lungo in sospeso, a causa del mancato invio, da parte delle autorità argentine, dei documenti richiesti dalla corte uruguaiana.

Tale difficile collaborazione ha causato attriti fra i due Paesi ed un’indagine sulla possibilità che il Ministero degli Esteri avesse impedito la cooperazione giudiziaria.

Ma proprio Montevideo sembra avere fornito in queste ultime settimane, un indizio chiave: il 15 marzo sarebbe giunto dall’Uruguay un rapporto bancario che accerterebbe il passaggio di 16,5 milioni di dollari verso la società finanziaria Helvetic Service Group, in Svizzera

I protagonisti, intanto, mentre tentano di arrestare le rivelazioni sul complesso sistema, sembrano comunque rassegnati alla fine dello stesso.

La Presidenta Cristina Fernández de Kirchner sa infatti che non potrà prolungare la propria permanenza alla Casa Rosada dopo l’ottobre 2015 e anche l’esile possibilità di gestire il sistema di potere instaurato in questi anni attraverso i suoi uomini chiave sembra svanire sotto l’incedere degli scandali giudiziari e dei fallimenti delle politiche economiche che hanno distinto “l’era K”. Per far fronte al rapido calo delle riserve di valuta estera, a gennaio il BCRA in un solo giorno ha fatto precipitare di proposito il peso più di quanto non sia riuscita a fare la crisi finanziaria del 2002. Nonostante la forte svalutazione abbia penalizzato il potere d’acquisto degli argentini (dall’inizio dell’anno il peso è sceso del 20% rispetto al dollaro) ha anche sortito per ora l’effetto desiderato. Il calo delle riserve ha rallentato il ritmo, il peso si è stabilizzato e l’aumento dei tassi d’interesse ha contribuito ad assorbire l’eccesso di liquidità. Questa tregua però a detta di molti sembra destinata a durare poco.Il governo di Cristina Kirchner sta semplicemente alleviando i sintomi del malessere economico del paese, piuttosto che risolvere il problema alla radice.

In parole povere, l’inasprimento della politica fiscale messo in atto dal governo non è sufficiente a bloccare l’inflazione ormai fuori controllo (30%) che costituisce il problema principale del paese.

Il Fondo Monetario Internazionale in un suo recente report, ha letteralmente “demolito” l’economia argentina,comparandola apertamente al Venezuela. Ben presto l’elevata spesa pubblica e le generose sovvenzioni che alimentano l’aumento dei prezzi al consumo riporteranno l’Argentina al punto di partenza.

Nel 2015 il nuovo Presidente si troverà uno scenario da incubo, poiché il calo delle riserve aumenta il rischio che l’Argentina non riesca, ancora una volta, a pagare i propri creditori.

Nel frattempo questa sera,dopo la pausa estiva, torna su canal Trece il “gordo golpista” con Periodismo Para Todos!

LANATA VUELVE EN ABRIL

Il baratro del peso argentino

ImageIl cambio del peso argentino contro il dollaro ha oggi vissuto l’ennesima giornata drammatica dopo il già preoccupante balzo di ieri (1dollaro= 7,12 pesos).E’ dovuto intervenire il capo di Gabinetto Jorge Capitanich (creando per certi versi ancora maggior inquietudine) ad acclarare che tale svalutazione non è una strategia voluta dal Governo e solo dopo che il cambio con la divisa americana ha toccato la soglia monstre di 8,30 pesos (massimo storico), il BCRA ha deciso di intervenire, cercando forzosamente di abbassare il gap,vendendo 100 milioni di dollari delle sue riserve.Da gennaio la valuta argentina si e’ deprezzata di quasi il 19% nei confronti del biglietto verde e negli ultimi due giorni la banca centrale del paese sudamericano si e’ tenuta fuori dal mercato, evitando operazioni di acquisto che rafforzassero artificialmente la moneta.
Questo fenomeno della crisi valutaria,verificatosi anche su altre monete di paesi emergenti (come la rupia indiana e la lira turca) è causato solo in parte dall’avvio del ‘tapering’, ovvero la riduzione degli stimoli monetari, iniziata gradualmente dalla Federal Reserve. Con la diminuzione della quantita’ di dollari a buon mercato in circolazione, gli investitori preferiscono adesso riportare le loro attenzioni sugli Stati Uniti, che oggi promettono rendimenti piu’ elevati, come dimostrano l’aumento dei tassi sui mutui e dei rendimenti dei titoli del Tesoro.
Le riserve di valuta estera argentine sono oggi scese a 29 miliardi di dollari dai 52 miliardi di dollari del 2011 e la banca centrale non sembra riuscire a bloccare la fuga di liquidita’, che si e’ accompagnata a una corsa dell’inflazione che, secondo stime delle associazioni imprenditoriali ed istituti indipendenti, avrebbe segnato l’anno scorso un balzo del 28,4%. Ieri il governo argentino e’ arrivato addirittura ad imporre una tassazione del 50% sull’acquisto di beni all’estero via internet, una volta superata la soglia dei due acquisti all’anno, di valore non superiore ai 25 dollari ciascuno. E’ alla luce di questi drammatici avvenimenti, che si capisce bene oggi come le stime sul 2014 presentate in settembre dal Ministro del tesoro Hernan Lorenzino, fossero nei fatti l’ennesima fuga dalla realtà.

La verità è invece di ben altro tenore. Nel solo primo semestre del 2013, gli investimenti diretti dall’estero (IDE) sono crollati del 32,2% (emblematica in tal senso è la vicenda dell’ espropriazione e nazionalizzazione di YPF ai danni della spagnola Repsol), così come le riserve di valuta straniera si sono via via prosciugate, mentre l’inflazione reale si attesterebbe tra il 25% e il 30%, ma sottostimata volutamente dalle statistiche ufficiali.

L’inflazione è infatti – almeno in parte – il frutto avvelenato del tentativo di sostenere la crescita (“drogata” e fasulla) del Paese attraverso l’incontrollata immissione di liquidità, a cui il BCRA è stato costantemente costretto dal governo,stampando moneta. Inoltre il governo ha deciso di stabilire un cambio quasi fisso con il dollaro pari a 5,54 pesos, cosa che alla luce dei costanti rialzi e del boom odierno, appare non più sostenibile.Questa “strategia” però non ha impedito un costante deflusso di capitali proprio in un momento in cui il governo cerca disperatamente di recuperare valuta forte (come il dollaro) o quantomeno prevenirne la fuga. A tal fine il governo ha imposto dei controlli valutari molto rigidi, i quali tuttavia,come si è visto, non hanno affatto arrestato l’emorragia finanziaria.

E’ proprio per questa ragione,a causa della svalutazione di fatto del peso, non tramutatasi in un adeguamento del tasso di cambio ufficiale, che le riserve in dollari sono crollate nel corso del tempo. La Presidenta Cristina Kirchner,scomparsa dalla scena pubblica per oltre un mese, è riapparsa ieri pubblicamente alla Casa Rosada come se nulla fosse successo, non facendo il minimo accenno nè alla crisi energetica ed ai costanti blackout che continuano a paralizzare tutt’oggi la capitale, nè alla crisi valutaria.Una domanda però è lecito farsi: dopo il delicato intervento cerebrale, è ancora in grado di condurre il paese per altri due anni fino al 2015? E se si, in quale stato la “decada ganada” kirchnerista lascerà le finanze al suo successore?

“IL TRAMONTO DEL KIRCHNERISMO” Nel 2015 si vota per le presidenziali, quali le opzioni in campo?

La recente aggressione al giornalista Ignacio Otero del canale tv  TN (Todo Noticias) avvenuta a Rio de Janeiro da parte dell’entourage del titolare dell’Afip (l’Agenzia delle Entrate argentina) Ricardo Echegaray è solo l’ultimo dei gravi fatti successi nelle scorse settimane  che segnano il definitivo crepuscolo del kirchnerismo in Argentina. Il Governo  di Cristina Fernandez de Kirchner ha gettato la maschera di una oligarchia che ormai non può più nascondere la quantità industriale di bugie che ne hanno caratterizzato  il potere in questo decennio.

Ma partiamo dall’ultimo fatto in ordine di tempo: l’Afip è l’ente che gestisce anche l’esportazione di dollari, permettendo di portare con sé cifre irrisorie a chi voglia recarsi all’estero, in pratica negando alla popolazione il diritto alla mobilità al di fuori dei confini nazionali. Come se non bastasse, si è sviluppata anche  una legislazione che danneggia anche  il turismo “incoming”, con balzelli astronomici sull’uso delle carte di credito.

Il Paese  sta vivendo  una fase  storica assimilabile alla crisi che nel 2001 lo portò al default: le politiche governative hanno aumentato un’inflazione che è ormai fuori controllo e che diversi istituti indipendenti stimano ormai essere arrivata  al  30%, seconda solo a quella del Venezuela! La città di  Buenos Aires in queste settimane  è stata profondamente  scossa e paralizzata  da una miriade di blocchi stradali organizzati da gente comune che protestava  per la mancanza di energia elettrica e acqua in molti “barrios” (quartieri) della città. Tale fenomeno, che è  durato per quasi un mese, ha provocato situazioni al  limite della disperazione. E il potere politico in tutto  questo caos che fa? Se ne frega totalmente, incolpando le società che gestiscono l’energia, dimenticandosi che le stesse (Edenor e Edesur) sono piene di dirigenti politici  e godono di generosi sussidi, che però non sono stati  spesi  per l’ammodernamento  e lo sviluppo energetico.In coincidenza di periodi di caldo torrido, un sostanziale aumento del consumo manda puntualmente  in tilt i trasformatori e una rete di cablaggio ormai obsoleta: il sistema salta, provocando ingenti danni per l’interruzione della catena del freddo che costringono le famiglie e i negozi a gettare alimenti  nella spazzatura, malati di diabete a porre a rischio la propria vita per la perdita dei rifornimenti di insulina, ospedali bloccati per mancanza di generatori, anziani costretti a restare, causa blocco degli ascensori, in appartamenti “prigione” trasformati in forni. Così i cittadini, come nel 2001, hanno ripreso i cacerolazos percuotendo le pentole e bloccando il traffico.

Ma tutto  ciò non ha preoccupato minimamente  il responsabile dell’energia del Governo Daniel Cameron,  ripreso tranquillamente a  giocare  a golf,  invece di mettere la faccia e tentare di risolvere il problema. Nemmeno Jorge Capitanich, il portavoce di Cristina, si è mosso  con decisioni risolutive: in un primo momento ha minacciato di ristatalizzare le imprese energetiche (come se nella pratica non lo fossero) non trovando di meglio che incolpare i cittadini per i consumi e, cosa tragicomica, trasformando addirittura  la paralisi in termini positivi! A imitazione del Presidente venezuelano Maduro (che tempo fa sosteneva “se manca la carta igienica vuol dire che la popolazione non muore di fame”) Capitanich ha bollato la questione della crisi energetica come una chiara  dimostrazione di benessere dovuta al fatto che  tutti ormai hanno in casa un condizionatore d’aria.    Ma ormai molti hanno capito che in dieci anni i Governi  K (Kirchner)  non hanno saputo operare investimenti necessari ,usando invece  il denaro pubblico per finanziare la loro immagine, foraggiando organi d’informazione compiacenti ed implementando piani sociali che si sono  rivelati delle elemosine operate in cambio del voto,aggravando così  la situazione di intere generazioni senza futuro e di altre costrette a vivere nell’indigenza delle  villas miserias che si sono progressivamente ingrandite: secondo l’Università Cattolica Argentina, la povertà negli ultimi dieci anni ha  toccato ormai i dieci milioni di persone, un quarto  della popolazione…altrochè “decada ganada”!

Ormai il solco  tra il potere politico e la nazione è netto e ne è conferma il grave fatto citato inizialmente: il titolare di un Ente che in pratica  impedisce ai propri cittadini di andare all’estero e  che in un momento drammatico come l’attuale si permette, con tutta la sua comitiva, un fine d’anno a Rio de Janeiro in un hotel da 1100 dollari al giorno e un cenone da  900 dollari a persona!  Si presti attenzione, si parla di dollari, non degli svalutatissimi pesos argentini. Ma guai a chiedergli le ragioni di tale  comportamento, come accaduto al giornalista di TN: si rischia infatti di essere presi a  calci e pugni  e alla fine del tutto, di ricevere una proposta di intervista a Buenos Aires in cambio del silenzio sull’accaduto.

Il silenzio può  valere  oro in Argentina. Lo sa bene  la Presidenta: lo scandalo,scoppiato mesi fa in merito alle  società intestate al prestanome della famiglia Kirchner, Lazaro Baez, si sta ingigantendo sempre di più e ogni giorno si arricchisce di particolari allucinanti: si è scoperto che Lazaro Baez ha pagato un milione e mezzo di dollari ai Kirchner per ottenere l’affitto di 900 camere nei vari hotel di El Calafate (Santa Cruz) di proprietà della famiglia presidenziale  e mantenere le camere vuote per l’intera stagione. Una evidente  operazione di lavaggio di capitali. Ma i magistrati che indagano vengono immediatamente rimossi, come successo al  pubblico ministero  Josè Maria Campagnoli, per essere rimpiazzati da altri legati al potere kirchnerista.

E che dire a proposito della sorprendente  nomina del  Generale Cesar  Milani a capo dell’esercito?  Si tratta di un militare che è accusato da diverse organizzazioni che lottano per i diritti umani di aver fatto parte della repressione che insanguinò l’Argentina fra il 1976 e il 1983.

Questa decisione è tanto più allucinante non solo perché avallata dalle Madri di Plaza de Mayo targate Hebe  Bonafini , ma perché di fatto torna a dare un pericoloso ruolo  politico ai militari. Oltretutto  Milani è indagato per arricchimento illecito a causa di una villa di sua proprietà nel lussuoso quartiere de “La Orqueta”. In tale  scenario,tutt’altro che roseo, Cristina Kirchner ha confermato che nel 2015 non si ricandiderà a nessun ruolo politico e per questo gli aspiranti successori stanno già scaldando i motori per la corsa.     I principali contendenti ad oggi sembrano essere el Tigre Sergio Massa ed el Rockero vicepresidente Amado Boudou.

Massa,dopo il buon risultato nelle elezioni di medio termine dell’ ottobre scorso,nel 2015 si candiderà alla presidenza per porre fine  all’era K. El rockero Boudou invece  potrebbe essere colui che si candiderà per farla continuare. Fu proprio El Tigre Massa a presentare ai Kirchner El rockero e a lanciarlo in politica, quando questi si occupava solo delle sue chitarre elettriche, di andare in Harley Davidson e del suo lavoro di analista economico. Peronista l’uno, peronista l’altro, in un’Argentina dove tutto il gioco del potere si fa tra peronisti, così come in Italia, da cui provengono gli avi di più della metà degli argentini, quasi tutto si svolge tra ex democristiani.

Sergio Massa, El Tigre, nato il 28 aprile 1972 in un sobborgo della Grande Buenos Aires intitolato a San Martín, padre  costruttore, nonno muratore immigrato dall’Italia, entrò nella Juventud Liberal, come si chiamava l’ala giovanile dell’Union Centro Democratico (UceDé), a 17 anni. Da studente della Facoltà di diritto, per fare il vicepresidente e presidente della Juventud Liberal della provincia di Buenos Aires finì per non laurearsi. Gli ultimi quattro esami che gli mancavano per diventare avvocato li ha sostenuti durante l’ultima  campagna elettorale di ottobre. Amado Boudou detto Aimé, el rockero  è  nato a Buenos Aires il 19 novembre 1962, a cinque anni andò a Mar del Plata, la Rimini argentina. Dopo un’adolescenza da vitellone playboy e capellone, con esperienze da organizzatore di eventi sulla spiaggia, disc jockey e suonatore rock di chitarra e basso, ha militato anche lui nell’UceDé e senza particolare zelo si è dedicato agli studi universitari. Iscritto ad Ingegneria, dopo due anni è passato ad Economia laureandosi a 28 anni. In seguito ha ottenuto anche un Master e insegnato Microeconomia all’Universidad Argentina de la Empresa.

Impiegato otto anni in imprese che si occupano di igiene urbana, nel 1998 viene assunto come analista alla Anses:  la Administración Nacional de la Seguridad Social. Ed è qui, in questo “Inps” argentino, che  ritrova il vecchio compagno di militanza Sergio Massa. Che, peraltro, da presidente dei giovani liberali nel 1996 è passato armi e bagagli al Partito giustizialista come gran parte della dirigenza  della UceDé, affascinato dalla svolta liberista di Carlos Menem.Da  direttore esecutivo della Anses, gli argentini iniziano a notarlo.Massa si presenta infatti in radio e tv con un pc in grado di accedere direttamente agli archivi dell’ente  e rispondere  in diretta agli ascoltatori ansiosi di decifrare la propria posizione pensionistica. Nel 2002 proprio Massa designa Boudou alla gestione del bilancio: a quel punto l’economista  si impegna a sua volta nella politica peronista.       Nel 2002 el rockero è Segretario alle Finanze di La Costa, altro “partido” della Grande Buenos Aires.

Nel 2006 Boudou  torna alla Anses come Segretario della Cassa Previdenziale. Nel 2008 Cristina Kirchner lo designa come direttore. E’ stato proprio Massa a presentarglielo, e la Presidenta si dice ne sia rimasta folgorata. Forse anche troppo folgorata, secondo il libro biografia del giornalista Franco Lindner, uscito lo scorso anno, che si intitola “Los amores de Cristina”.       Intanto, nel 2005 Sergio Massa è stato eletto “diputado nacional”, ma Néstor Kirchner lo ha convinto a rinunciare per rimanere all’Anses.Nel 2007 Massa è eletto per la prima volta Intendente (Sindaco) di Tigre con un voto a valanga: il 46,3%. Questa volta deve lasciare la Anses, aprendo la via per la futura designazione di Boudou.Ma dà le dimissioni quando il 23 luglio 2008 Cristina gli offre il posto di capo di gabinetto, dopo che il titolare precedente aveva  perso un duro braccio di ferro con gli agricoltori, che lo avevano  obbligato a cancellare un progetto di imposte sull’export. Alle elezioni del 28 giugno 2009, un voto per il rinnovo parziale di deputati e senatori, Sergio Massa è eletto di nuovo deputato per il Fronte per la  Vittoria kirchnerista, ma di nuovo preferisce rinunciare, pur di restare  a Tigre. I Kirchner sono ancora frastornati per la sconfitta con gli agricoltori, e la loro lista perde 19 deputati e 4 senatori. Contro la lista di cui lui stesso fa parte assieme a Néstor Kirchner, Massa presenta a Tigre un’altra lista di cui fa parte la moglie Malena Galmarini, e che prende un 14% di voti in più. I kirchneristi “duri e puri” vanno su tutte le furie dandogli del voltagabbana!  Il 7 luglio 2009 dà dunque le dimissioni da capo di gabinetto e il 24 luglio ridiventa Intendente di Tigre. Potrebbe sembrare una retrocessione, ma il boom immobiliare dà a Tigre una fama glamour di Miami argentina, e alla preoccupazione dei residenti per la criminalità crescente,  Massa risponde prontamente  creando un corpo di vigilanza e facendo installare centinaia di telecamere di sorveglianza. Il versante  ”Law and Order” è un chiodo fisso della sua immagine,basti pensare che  nell’ultima campagna elettorale ha invitato a Tigre Rudolph Giuliani, il grande teorico della “Tolleranza Zero”. Nel 2011 è dunque rieletto addirittura con il 73%  dei voti. La fama di buon amministratore  si diffonde in tutta l’Argentina . Nello stesso giorno  in cui Massa ha cessato di fare il capo di gabinetto, Boudou è diventato Ministro dell’Economia. Nel 2011 Cristina, al suo secondo mandato, lo vuole come Vicepresidente. Ed è proprio durante la vicepresidenza che il fenomeno del “politico pop” esplode.

 Ministro che suona il rock la domenica e si riunisce con gli economisti il lunedì,che corre in Harley Davidson e parla di “governo rock”, che organizza feste assieme ai suoi follower su twitter e si fa vedere assieme ai personaggi del jet set: appassionato di golf, tennis e sci,fidanzato con un’altrettanto glamour giornalista televisiva di 17 anni più giovane, con i suoi jeans, t-shirt e giubbotto di pelle,  Boudou ama trasformare i suoi comizi in concerti, in cui si fa accompagnare dalla band.

Sul popolarissimo vicepresidente si scatena però  un’offensiva mediatico-giudiziaria che alla fine arriva a ben 54 indagini contro di lui. In 30 viene prosciolto, ma restano le altre: per reati fiscali, per mancato compimento dei doveri di funzionario pubblico, per arricchimento illecito. Poco per volta il governo lo emargina, visti i sondaggi che rivelano la sua crescente impopolarità. E’ vero che il voto kirchnerista è precipitato dal 54% delle presidenziali del 2011 al 33% per il Senato e al 29%  per la Camera.

Ma bisogna ricordare che anche le elezioni di medio  termine del 2009 erano  state  un disastro, ed  il Fronte per la Vittoria mantiene sostanzialmente i suoi seggi.Certo  i kirchneristi hanno perso lo scorso ottobre  in 12 dei  24 distretti dell’Argentina, compresi i cinque più popolosi. Ma l’opposizione appare irrimediabilmente divisa.Il Frente Renovador di Massa si è infatti imposto nella provincia di Buenos Aires e a Cordoba, i due primi distretti del paese. La sinistra non kirchnerista  a Santa Fe e Mendoza, terzo e quinto distretto. La capitale resta la roccaforte del leader del centrodestra Mauricio Macri (PRO), il “Berlusconi argentino”. L’Union Civica Radical (UCR) di Ernesto Sanz  è riuscità addirittura  ad espugnare Santa Cruz, roccaforte natia  dei Kirchner. Per rappresentare una reale alternativa nel 2015, bisognerebbe che almeno due di questi blocchi si unissero.