Il narcotraffico in Argentina

Una puntata SCONVOLGENTE di Periodismo Para Todos! Vedere per credere… “El narcotrafico en la Argentina”.
Guardatela,IMPRESSIONANTE, non ci sono parole! dal min 39 e 20 sec il giornalista Jorge Lanata dopo aver pubblicizzato il suo nuovo libro “K la decada robada” (10 anni riassunti nei principali fatti di malversazione, ben differenti dalla “decada ganada” favoleggiata dalla propaganda kirchnerista) mostra delle intercettazioni telefoniche fra narcotrafficanti a Rosario (il clan de “los monos”, le scimmie, capeggiati dalla famiglia Cantero).
Rosario pare infatti essere diventata il PRINCIPALE CENTRO DI DROGA E NARCOS del paese.Nella puntata vengono mostrate poi delle riprese video di un omicidio (una macchina che si affianca ad un’altra e spara).
Rosario è piena di “bunkers”, case minuscole,diroccate (anche in pieno centro) dove la gente va li a comprare la droga (marijuana e cocaina, spacciate anche da bambini di appena 11 anni) alcuni fanno da palo… guardate voi stessi il videoreportage…. Per non parlare poi dei “sicarios”! Gente (intervistati con i volti oscurati) che indipendentemente dalla droga o meno, se li assoldi per 50 pesos anche meno ti ammazza chi desideri! Mi ero reso conto con i miei stessi occhi che in Argentina la situazione era ben diversa da quella tanto decantata, ma sinceramente credevo che questo scenario di produzione di “droga,narcos e sicarios” fosse confinato alla Colombia e al Venezuela… invece ora anche l’Argentina purtroppo è diventato paese produttore di droga!
Nella puntata viene raccontata anche la storia di Ariel Avila, ragazzo appena ventenne, appartenente ad un gruppo rap insieme a suoi amici coetanei.Ariel era il loro principale componenente.Dico era in quanto Ariel è stato ucciso perchè “ha avuto il coraggio” di scrivere canzoni di ribellione contro i narcos

PERIODISMO PARA TODOS-EL NARCOTRAFICO EN LA ARGENTINA

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L’ARGENTINA E IL CONTO SALATO CON LA REALTA’

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A giugno la Corte Suprema Usa dovrà esprimersi definitivamente sul contenzioso tra il fondo americano Nml Capital e il governo argentino sul  pagamento di 1,33 miliardi di dollari di interessi sui Tango Bond ristrutturati con due offerte nel 2005 e nel 2010, ma che un 7% dei creditori ha respinto decidendo di passare alle vie legali. Il fondo d’ investimento statunitense, controllato dalla Elliott Management, richiede sia il pagamento degli interessi sia l’accesso ai conti segreti del governo sudamericano in modo tale da potersi appropriare di tutte le risorse necessarie per il soddisfacimento dei propri diritti.

Il fondo Nml Capital acquistò i bond argentini dai creditori in disaccordo con le offerte dei Tango Bond ristrutturati, con l’obiettivo di ottenere una rivalsa completa sul governo guidato da Cristina Férnandez de Kirchner per ricevere il pagamento integrale dei bond.Elliot Management  ha accusato apertamente la Casa Rosada di inesperienza e di non voler collaborare per arrivare ad un comune accordo. Buenos Aires infatti ha da tempo fatto sapere che, in caso di sentenza sfavorevole, è pronta ad annunciare un nuovo default sul debito estero provocando così seri problemi all’intero continente sudamericano e indirettamente anche agli Usa. L’Argentina è in una condizione economico-finanziaria molto precaria, complice il ritorno dell’iperinflazione e il crollo della valuta nazionale.

Buenos Aires inoltre  sta esaurendo pericolosamente le proprie  riserve valutarie in dollari, per cui non sarebbe in grado di resistere a una nuova ondata di panico. Per scongiurare un nuovo default (oggi i bond argentini sono giudicati Caa1 da Moody’s, cioè “spazzatura”) e una crisi su larga scala nelle Americhe, è sceso in campo il presidente americano Barack Obama che si è schierato al fianco della Kirchner nel contenzioso con il fondo Nml Capital.

Un primo segnale in tal senso è giunto da un improvviso dietrofront di ben 8 dei 9 giudici della Corte americana: nell’udienza  si sono dimostrati più inclini alla causa argentina quando invece fino a qualche tempo fa erano decisamente orientati a far valere le ragioni del fondo Usa. Anche il procuratore Edward Kneedler, che rappresenta il governo Usa, si è schierato con l’Argentina. A quanto pare, dietro questo repentino cambiamento di opinioni, ci sarebbe lo zampino di Obama che in cambio avrebbe chiesto alla Kirchner di ammorbidire notevolmente la sua condotta politica, dopo anni di attacchi ed espropriazioni forzate a danno di multinazionali straniere che stanno minando la fiducia degli investitori esteri nei confronti di Buenos Aires.

Il Governo ormai conta solo sull’appoggio quasi imposto da parte di chi è impiegato nello Stato e vedrebbe  la propria  situazione seriamente compromessa in caso di un cambio radicale: dal mondo intellettuale foraggiato con ampie sovvenzioni  e con l’ovvio sostegno di organizzazioni filogovernative sui diritti umani, anche loro cooptate con lucrosi finanziamenti, riducendosi a scudo mediatico atto a coprire le varie malefatte governative.

La favola kirchnerista della “Decada ganada”  in un paese in cui nell’ultimo tirmestre del 2013 in base all’ultimo rapporto dell’Universidad Catolica Argentina, la povertà ha ormai raggiunto quasi il 28% della popolazione, è l’ennesimo prodotto peronista che, come i precedenti, hanno portato l’Argentina a crisi devastatrici dalle quali la nazione ha potuto riprendersi solo grazie alla sua produzione agricola e alla carne, settori chiave che il kirchnerismo è riuscito a mettere in crisi in questi dieci anni, nonostante una situazione economica mondiale estremamente favorevole al loro sviluppo.

Non si spiega altrimenti “l’assordante” silenzio dell’Indec (l’Istat argentino) nel fornire le cifre sull’indice di povertà del secondo semestre del 2013.Ben poco sono valse le “rassicurazioni” del Capo di Gabinetto Jorge Capitanich sulla “drastica riduzione della povertà in questi anni”.La sua Provincia, il Chaco è lo specchio evidente del gap fra la propaganda e la situazione reale(vedi videoreportage).

Proprio per protestare contro l’aumento dei prezzi e della criminalità i maggiori sindacati argentini hanno proclamato uno sciopero di 24 ore che ha letteralmente paralizzato il paese.

Lo sciopero ha bloccato metropolitane, treni e bus, oltre ad altri servizi essenziali, come la raccolta dei rifiuti, sono stati anche eretti blocchi per le strade della capitale Buenos Aires. I manifestanti hanno protestato contro l’aumento del costo della vita: in particolare l’ascesa dell’ inflazione appare inarrestabile e secondo le stime non ufficiali, sembra ormai proiettata al34% per quest’anno, il triplo rispetto alle stime ufficiali del Governo che ha calcolato che l’aumento è stato del 7 per cento dall’inizio dell’anno, in virtù di un nuovo metodo di calcolo introdotto di recente dopo le vibranti proteste del Fondo Monetario Internazionale.Fino a pochi mesi fa, infatti, la contabilità nazionale argentina era tutto fuorché coerente, per non dire che si basava su evidenti  menzogne.

Dopo anni di politiche demagogiche,un cambio di rotta doloroso per gli argentini, sarebbe prima o poi arrivato in un modo o nell’altro: il governo ha a lungo utilizzato la Banca centrale  come un bancomat per adeguare i salari ad un’inflazione crescente, alimentando così la spirale ascendente dei prezzi.

Nonostante un tasso d’inflazione ufficiale relativamente basso, il governo ha continuamente concesso aumenti salariali a doppia cifra percentuale, nel tentativo (vano) di mantenere il potere d’acquisto.

Ma i lavoratori sono stati pagati a lungo con banconote sempre più somiglianti a carta straccia, tanto che è nato un florido mercato nero dove gli argentini possono acquistare valuta forte per difendersi dalle tensioni monetarie.

Posto alle strette da una realtà sempre più insostenibile, il governo,spalle al muro, ha “concesso” al peso argentino di deprezzarsi del 20 per cento contro il dollaro statunitense e ciò ha portato per ora relativa calma sul mercato nero, dove il dollaro viene scambiato per 10 pesos, al posto dei 13 di alcuni mesi fa, mentre il tasso ufficiale è fermo a quota 8. Questa svalutazione si è resa necessaria poiché la difesa del cambio era diventata semplicemente troppo onerosa per un Paese le cui riserve valutarie potrebbero non bastare neppure per arrivare a fine anno ed il recente dato di un crollo del 92% del saldo commerciale dei primi tre mesi dell’anno rispetto al 2013, certo non aiuta le traballanti casse dello Stato alla disperata ricerca di dollari.

Il Governo, ha avviato recentemente una serie di riforme e azioni volte a rimettere in piedi il Paese: l’Argentina è scesa a patti con la Banca Mondiale, ha cominciato a pubblicare statistiche meno ridicole dopo le minacce di espulsione del Fondo Monetario Internazionale, riavviato i negoziati con il Club di Parigi, che raggruppa i Paesi creditori e, più di recente, ha finalmente concesso a Repsol un indennizzo per la nazionalizzazione della compagnia petrolifera YPF, circostanza che aveva spaventato non poco gli investitori stranieri e reso l’Argentina un paese in cui è pericoloso investire denaro,prosciugando  così l’ossigeno del flusso di denaro in entrata.

Resta però del lavoro da fare, soprattutto all’interno dei propri confini, e si tratta delle riforme più dolorose, ovvero la risoluzione degli squilibri economici lasciati a marcire dopo anni di incuria e demagogia. Per ora il governo, oltre a lasciare un po’ le briglie del cambio, ha deciso di tagliare i sussidi su gas e acqua(con rincari del 500%!), nel tentativo di risparmiare poco più di un miliardo di euro e tagliare così il maggior deficit dell’ultimo decennio. Il momento per i tagli, tra l’altro, non è neppure dei migliori, visto che nel 2014 la crescita economica non dovrebbe raggiungere il mezzo punto percentuale.

Ma l’Argentina dopotutto, si è ubriacata di parole per troppo tempo, ed ora la realtà, inevitabilmente presenta il conto. Il grande sciopero che si è svolto questo mese, non è né il primo, né probabilmente sarà l’ultimo. La strada è ancora lunga e  purtroppo  dolorosa.

“K- LA DECADA ROBADA”

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La parabola politica di Amado Boudou, Vicepresidente della Repubblica Argentina, sembra essere ormai inoltratasi nella sua fase calante. La recente richiesta da parte delle autorità giudiziarie di aprire un fascicolo su di lui nell’inchiesta relativa al caso della Ciccone Calcográficapotrebbe infatti affossare definitivamente le ormai esili speranze di succedere alla Presidente Cristina Fernández de Kirchner nelle elezioni che si terranno nel 2015. Nei giorni successivi alle richieste di avviare l’istruttoria, Boudou ha cercato di salvaguardare la propria immagine istituzionale, presentandosi spontaneamente in Tribunale per presentare documenti che dovrebbero rispondere ad ogni dubbio dei giudici e seguendo regolarmente le attività del Senato, della cui Presidenza è titolare. Tuttavia, appare sempre più chiaro come Boudou, abbia ormai perso influenza in ambito governativo, anche a causa di fattori politici estranei alle recenti vicende giudiziarie. Anzi, queste ultime potrebbero imporre di chiarire gli equilibri interni al Partido Justicialista (PJ) in vista delle elezioni che sanciranno il passaggio, almeno formale, al “post-kirchnerismo”.

Amado Boudou è un rappresentante a pieno titolo dell’ ”era K”, cioè la decade in cui la scena politica del Paese è stata dominata dai coniugi Kirchner (la così detta “decada ganada” prima con Néstor, Presidente dal 2003 al 2007, quindi con Cristina, attuale Presidente).

Come questi ultimi hanno notoriamente tratto notevole vantaggio economico dalla propria posizione politica, vedendo il proprio patrimonio lievitare da 7 a 89 milioni di pesos tra il 2003 ed il 2011, così anche Boudou sembra aver approfittato delle proprie cariche a scopo finanziario. Tuttavia, mentre a più riprese la giustizia argentina ha dovuto soprassedere in merito ai vari procedimenti avviati per presunti illeciti nell’arricchimento dei Kirchner, nel 2012 i magistrati trovarono evidenze ben più consistenti a carico dell’allora appena eletto Vicepresidente e già Ministro dell’Economia nella precedente squadra di Governo. Quest’ultimo ruolo non viene citato in modo casuale: proprio grazie alla sua carica,Amado Boudou avrebbe adoperato la macchina statale per le operazioni su cui i giudici stanno cercando di far luce.

Il ‘caso Ciccone’ (o ‘Boudougate’) riguarda, infatti, il salvataggio della storica Ciccone Calcográfica S.A., un’impresa fondata nel 1951 e nota per avere più volte ottenuto commissioni dal Governo per stampare banconote ed altri documenti ufficiali. Indebolita da scelte finanziarie errate negli anni ‘90 e quindi dalla crisi del 2001, la società si trovava otto anni dopo nella condizione di dover chiudere i battenti per la scadenza dei contratti col Governo relativi alla stampa di passaporti e carte di identità. Nell’agosto 2010, in effetti, l’Amministrazione Federale delle Entrate Pubbliche (AFIP) otteneva la dichiarazione di fallimento per la Ciccone, dalla quale si esigeva di saldare anche un debito di 239 milioni di pesos (21 milioni di euro). Lastoria della società stampatrice, che sembrava ormai definitivamente chiusa,si riapriva neanche due mesi dopo in seguito all’intervento di due società, London Supply e The Old Fund, il cui interessamento permetteva il ritiro della dichiarazione di fallimento e, in novembre,la richiesta all’AFIP da parte del Ministero dell’Economia di una speciale moratoria per l’estinzione del debito. L’inverno successivo, la The Old Fund di Alejandro Vanderbroele riprendeva il controllo dello stabilimento, nel frattempo occupato da un’altra società, la Boldt S.A., e rinominava la Ciccone in Compañía de Valores Sudamericana.

Proprio l’intervento da parte del Governo sollevava però le perplessità della Magistratura, che nel 2012 istituiva un’indagine in seguito alle denunce della moglie di Vanderbroele, Laura Muñoz. Secondo la donna, infatti, il marito sarebbe stato solo un prestanome: il vero acquirente della Ciccone sarebbe stato il Ministro Amado Boudou. Nonostante quest’ultimo avesse a più riprese negato ogni rapporto col nuovo direttore della Compañía, gli inquirenti scoprivano presto che Vanderbroele aveva pagato affitto e abbonamento televisivo di un appartamento intestato al Ministro. La replica di Boudou tradiva una certa “vena kirchnerista”,accostando le indagini del giudice Daniel Refecas alla«mafia di Magnetto», vale a dire dell’amministratore delegato del Gruppo Clarín, con cui il Governo è notoriamente in conflitto.Nonostante questo, l’indagine proseguiva e giungeva alle seguenti conclusioni ufficiali: secondo la richiesta di istruttoria, quelle del Ministro sarebbero state «negoziazioni incompatibili» con la propria funzione, soprattutto relativamente all’intenzione di The Old Fund di giungere, attraverso l’acquisizione della Ciccone, ad accordi con lo Stato Nazionale «per la produzione banconote di corso legale».

Nel gennaio 2012, infatti, la direttrice della Casa de Moneda, Katya Soledad Daura, informava la Banca Centrale della Repubblica Argentina (BCRA) della volontà di incaricare la Compañía de Valores Sudamericana della produzione di nuove banconote da 100 pesos. Dietro alla richiesta era difficile non vedere la mano di Boudou: non solo Daura era stata nominata dal Ministro (nel frattempo divenuto Vicepresidente della Repubblica), ma proprio quest’ultimo aveva già incaricato la società della produzione di materiale pubblicitario per il suo tandem elettorale con la Presidente Cristina Fernández. Dopo alcune resistenze iniziali, legate soprattutto alla permanente fragilità della società stampatrice, la Presidente della BCRA Mercedes Marcó del Pont, ritirava comunque le riserve e la Compañía de Valores Sudamericana avviava la stampa delle banconote nel maggio successivo.

Questo aspetto della presunta malversazione getta luce su un altro punto di debolezza per Boudou: le stesse politiche monetarie applicate dal Ministero dell’Economia e BCRA, creano ormai più di un motivo di imbarazzo per l’Amministrazione kirchnerista. Non va infatti dimenticato che il cosiddetto “cepo cambiario”, ossia gli ostacoli posti dal Governo all’acquisizione di dollari da parte dei cittadini argentini, fu posto in essere proprio con Boudou alla scrivania del Ministero dell’Economia, nell’ottobre 2011. Benché, attualmente, al suo posto sieda il giovane Axel Kicillof, sembra prevedibile che il fallimento di un orientamento già di per sé decisamente impopolare, possa indebolire definitivamente la posizione già precaria del Vicepresidente.

E che dire del processo per “arricchimento illecito” che dovrà affrontare Ricardo Jaime, ex Segretario dei trasporti? E riguardo agli ultimi clamorosi sviluppi sul caso che legano l’imprenditore Lazaro Baez ai Kirchner? Lo scandalo parte dal programma giornalistico“Periodismo Para Todos” di Jorge Lanata , nel quale si mostra un filmato in cui l’imprenditore Leonardo Fariña, ignorando di essere ripreso, descriveva la «rete di riciclaggio dello Stato» elaborata dall’ex Presidente Néstor Kirchner al fine di trasferire l’equivalente di quasi 55 milioni di euro verso paradisi fiscali. Tramite di queste operazioni sarebbe stata, secondo Fariña, la finanziaria SGI di Federico Elaskar, ma a gestire il complesso sistema,che funzionava attraverso una cinquantina di società,sarebbe stato Lázaro Báez, imprenditore vicino alla famiglia presidenziale. Il rapporto che lega Báez ai Kirchner si sarebbe sviluppato sin dagli anni ‘90, quando Néstor Kirchner era Governatore della Provincia di Santa Cruz, ed avrebbe portato notevoli vantaggi economici ad entrambe le parti durante questi undici anni di Governo kirchnerista.

Emerge infatti che la Austral Construcciones di Lazaro Báez, originariamente un modesto impiegato del Banco di Santa Cruz, dall’insediamento di Néstor Kirchner al Governo federale, avrebbe ottenuto in appalto l’82% delle opere pubbliche nella Provincia santacruceña, per un totale di più di cinque miliardi di pesos! Baez diveniva così ben presto uno degli uomini più rilevanti dell’economia locale, acquisendo proprietà nella capitale provinciale di Río Gallegos, ma anche nella Provincia di Buenos Aires e nella capitale federale.

Tali acquisti comprendevano tra l’altro terreni (263.000 ettari solo nella Provincia di Santa Cruz), appartamenti, imprese commerciali ed interi edifici: il tutto a prezzi di gran lunga superiori a quelli di mercato. Oltre che dalle dichiarazioni di Fariña, un’ulteriore conferma del legame a doppio filo tra Báez e Néstor Kirchner proviene dai documenti scovati da Lanata e presentati ai magistrati dalla deputata Elisa Carrió, risalenti al giugno 2005 e consistenti nell’assegnazione ad Austral della costruzione di 10 abitazioni su proprietà appartenenti all’allora Presidente argentino.

Ma quali erano i meccanismi per il lavaggio di denaro? Il filone d’inchiesta seguito da Lanata mostra come un ruolo rilevante sia stato giocato dal Ministero per la Pianificazione, guidato da Julio de Vido: attraverso numerosi contatti con la cerchia di Báez, de Vido avrebbe condizionato l’andamento delle gare di appalto per favorire l’imprenditore di casa Kirchner. «Le opere le risolve de Vido», affermava infatti l’ex Governatore di Santa Cruz, Sergio Acevedo, secondo le cui parole, il Ministro tutt’ora in carica, avrebbe svolto anche le funzioni di “cassiere” per la raccolta delle tangenti. Un’altra modalità sarebbe consistita nell’affittare a prezzo maggiorato interi alberghi di proprietà della coppia presidenziale: tra il 2010 e il 2011 la società Valle Mitre (di proprietà di Báez) avrebbe versato ai Kirchner più di 14,5 milioni di pesos. Ma il filo rosso del sistema rimaneva il modo di far giungere il denaro da riciclare verso i paradisi fiscali esteri. Il sistema di cui, secondo Fariña, Báez era solo il prestanome di Kirchner funzionava lungo le rotte per Panama e la Svizzera, passando per l’Uruguay. Apparentemente il centro delle operazioni sarebbe stato il Madero Center, nella zona di Puerto Madero, a pochi passi dalla Casa Rosada. È da questo punto d’incontro, conosciuto come “La Rosadita” e utilizzato da numerosi personaggi politici di spicco per cambiare denaro in dollari, che il denaro da riciclare sarebbe partito verso la Svizzera, facendo prima scalo a Montevideo. La Casa Rosada inoltre ha dato la netta impressione di aver compiuto ogni sforzo per ostacolare e affossare la prosecuzione delle indagini. Tra i casi più eclatanti, quello più recente riguarda il Procuratore José María Campagnoli. Campagnoli era il procuratore che si occupava delle indagini sul caso Báez. Era perché dallo scorso dicembre, Campagnoli è stato sospeso dalle sue funzioni dal Tribunale Istruttorio del Ministero degli Affari Pubblici.

Nel frattempo l’Uruguay,coinvolto anch’esso nel caso della “ruta del dinero K”, ha aperto a sua volta un’inchiesta sul riciclaggio di denaro, imputando Lázaro Báez già dallo scorso inverno (la nostra estate). Il caso è però rimasto a lungo in sospeso, a causa del mancato invio, da parte delle autorità argentine, dei documenti richiesti dalla corte uruguaiana.

Tale difficile collaborazione ha causato attriti fra i due Paesi ed un’indagine sulla possibilità che il Ministero degli Esteri avesse impedito la cooperazione giudiziaria.

Ma proprio Montevideo sembra avere fornito in queste ultime settimane, un indizio chiave: il 15 marzo sarebbe giunto dall’Uruguay un rapporto bancario che accerterebbe il passaggio di 16,5 milioni di dollari verso la società finanziaria Helvetic Service Group, in Svizzera

I protagonisti, intanto, mentre tentano di arrestare le rivelazioni sul complesso sistema, sembrano comunque rassegnati alla fine dello stesso.

La Presidenta Cristina Fernández de Kirchner sa infatti che non potrà prolungare la propria permanenza alla Casa Rosada dopo l’ottobre 2015 e anche l’esile possibilità di gestire il sistema di potere instaurato in questi anni attraverso i suoi uomini chiave sembra svanire sotto l’incedere degli scandali giudiziari e dei fallimenti delle politiche economiche che hanno distinto “l’era K”. Per far fronte al rapido calo delle riserve di valuta estera, a gennaio il BCRA in un solo giorno ha fatto precipitare di proposito il peso più di quanto non sia riuscita a fare la crisi finanziaria del 2002. Nonostante la forte svalutazione abbia penalizzato il potere d’acquisto degli argentini (dall’inizio dell’anno il peso è sceso del 20% rispetto al dollaro) ha anche sortito per ora l’effetto desiderato. Il calo delle riserve ha rallentato il ritmo, il peso si è stabilizzato e l’aumento dei tassi d’interesse ha contribuito ad assorbire l’eccesso di liquidità. Questa tregua però a detta di molti sembra destinata a durare poco.Il governo di Cristina Kirchner sta semplicemente alleviando i sintomi del malessere economico del paese, piuttosto che risolvere il problema alla radice.

In parole povere, l’inasprimento della politica fiscale messo in atto dal governo non è sufficiente a bloccare l’inflazione ormai fuori controllo (30%) che costituisce il problema principale del paese.

Il Fondo Monetario Internazionale in un suo recente report, ha letteralmente “demolito” l’economia argentina,comparandola apertamente al Venezuela. Ben presto l’elevata spesa pubblica e le generose sovvenzioni che alimentano l’aumento dei prezzi al consumo riporteranno l’Argentina al punto di partenza.

Nel 2015 il nuovo Presidente si troverà uno scenario da incubo, poiché il calo delle riserve aumenta il rischio che l’Argentina non riesca, ancora una volta, a pagare i propri creditori.

Nel frattempo questa sera,dopo la pausa estiva, torna su canal Trece il “gordo golpista” con Periodismo Para Todos!

LANATA VUELVE EN ABRIL

Il baratro del peso argentino

ImageIl cambio del peso argentino contro il dollaro ha oggi vissuto l’ennesima giornata drammatica dopo il già preoccupante balzo di ieri (1dollaro= 7,12 pesos).E’ dovuto intervenire il capo di Gabinetto Jorge Capitanich (creando per certi versi ancora maggior inquietudine) ad acclarare che tale svalutazione non è una strategia voluta dal Governo e solo dopo che il cambio con la divisa americana ha toccato la soglia monstre di 8,30 pesos (massimo storico), il BCRA ha deciso di intervenire, cercando forzosamente di abbassare il gap,vendendo 100 milioni di dollari delle sue riserve.Da gennaio la valuta argentina si e’ deprezzata di quasi il 19% nei confronti del biglietto verde e negli ultimi due giorni la banca centrale del paese sudamericano si e’ tenuta fuori dal mercato, evitando operazioni di acquisto che rafforzassero artificialmente la moneta.
Questo fenomeno della crisi valutaria,verificatosi anche su altre monete di paesi emergenti (come la rupia indiana e la lira turca) è causato solo in parte dall’avvio del ‘tapering’, ovvero la riduzione degli stimoli monetari, iniziata gradualmente dalla Federal Reserve. Con la diminuzione della quantita’ di dollari a buon mercato in circolazione, gli investitori preferiscono adesso riportare le loro attenzioni sugli Stati Uniti, che oggi promettono rendimenti piu’ elevati, come dimostrano l’aumento dei tassi sui mutui e dei rendimenti dei titoli del Tesoro.
Le riserve di valuta estera argentine sono oggi scese a 29 miliardi di dollari dai 52 miliardi di dollari del 2011 e la banca centrale non sembra riuscire a bloccare la fuga di liquidita’, che si e’ accompagnata a una corsa dell’inflazione che, secondo stime delle associazioni imprenditoriali ed istituti indipendenti, avrebbe segnato l’anno scorso un balzo del 28,4%. Ieri il governo argentino e’ arrivato addirittura ad imporre una tassazione del 50% sull’acquisto di beni all’estero via internet, una volta superata la soglia dei due acquisti all’anno, di valore non superiore ai 25 dollari ciascuno. E’ alla luce di questi drammatici avvenimenti, che si capisce bene oggi come le stime sul 2014 presentate in settembre dal Ministro del tesoro Hernan Lorenzino, fossero nei fatti l’ennesima fuga dalla realtà.

La verità è invece di ben altro tenore. Nel solo primo semestre del 2013, gli investimenti diretti dall’estero (IDE) sono crollati del 32,2% (emblematica in tal senso è la vicenda dell’ espropriazione e nazionalizzazione di YPF ai danni della spagnola Repsol), così come le riserve di valuta straniera si sono via via prosciugate, mentre l’inflazione reale si attesterebbe tra il 25% e il 30%, ma sottostimata volutamente dalle statistiche ufficiali.

L’inflazione è infatti – almeno in parte – il frutto avvelenato del tentativo di sostenere la crescita (“drogata” e fasulla) del Paese attraverso l’incontrollata immissione di liquidità, a cui il BCRA è stato costantemente costretto dal governo,stampando moneta. Inoltre il governo ha deciso di stabilire un cambio quasi fisso con il dollaro pari a 5,54 pesos, cosa che alla luce dei costanti rialzi e del boom odierno, appare non più sostenibile.Questa “strategia” però non ha impedito un costante deflusso di capitali proprio in un momento in cui il governo cerca disperatamente di recuperare valuta forte (come il dollaro) o quantomeno prevenirne la fuga. A tal fine il governo ha imposto dei controlli valutari molto rigidi, i quali tuttavia,come si è visto, non hanno affatto arrestato l’emorragia finanziaria.

E’ proprio per questa ragione,a causa della svalutazione di fatto del peso, non tramutatasi in un adeguamento del tasso di cambio ufficiale, che le riserve in dollari sono crollate nel corso del tempo. La Presidenta Cristina Kirchner,scomparsa dalla scena pubblica per oltre un mese, è riapparsa ieri pubblicamente alla Casa Rosada come se nulla fosse successo, non facendo il minimo accenno nè alla crisi energetica ed ai costanti blackout che continuano a paralizzare tutt’oggi la capitale, nè alla crisi valutaria.Una domanda però è lecito farsi: dopo il delicato intervento cerebrale, è ancora in grado di condurre il paese per altri due anni fino al 2015? E se si, in quale stato la “decada ganada” kirchnerista lascerà le finanze al suo successore?