La corsa verso la Presidenza è iniziata

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L’opposizione argentina ha fatto il primo passo verso la presentazione di un candidato unico da contrapporre al fronte di Cristina Kirchner per le elezioni presidenziali dell’ottobre prossimo. I radicali dell’UCR, il più antico partito del paese, al termine di un movimentato congresso ,hanno scelto di presentare un unico candidato insieme al PRO,partito di centrdestra del Sindaco di Buenos Aires, Mauricio Macri, e alla Coalizione Civica (Cc) della più nota e polemica pasionaria antigovernativa, la deputata Elisa Carriò. Il prescelto dall’Unione Civica Radicale, che parteciperà alle primarie di coalizione, sarà il senatore Ernesto Sanz che si è imposto con il 60% dei delegati sulla minoranza (capeggiata da Julio Cobos) che puntava invece su un accordo più ampio che includesse anche Sergio Massa,ex capo di gabinetto della Kirchner, passato all’opposizione e che vuole anche lui presentarsi come candidato alla Casa Rosada e gli ex compagni dell’ormai disgregato polo progressista Frente Amplio UNEN “orfani” del socialista Hermes Binner, ritiratosi dalla corsa presidenziale.

Questa scelta di campo dei radicali segna una rottura rispetto alla strategia del centrosinistra nata alla fine degli anni ’90, che contava sull’appoggio di socialisti e peronisti dissidenti. Si chiamava Alianza e portò al potere Fernando De La Rua nel 1999, ma si sciolse poco dopo come neve al sole con la traumatica crisi che portò alla rinuncia del Presidente nel dicembre del 2001, sotto l’onda del più grande default dei conti pubblici che ricordi la storia (ma la “bomba” ad orologeria che deflagrò è però da imputarsi alle politiche liberiste del suo predecessore,Carlos Menem.Si proprio quel Menem con cui oggi il kirchnerismo può siglare un accordo politico per presentarlo a candidato governatore de La Rioja !).

Ora Sanz dovrà affrontare Macri e Carriò nelle primarie di agosto, per definire chi sarà il candidato che sfiderà non solo il Frente Renovador di Sergio Massa ma anche e sopratutto il candidato peronista filogovernativo, ancora sconosciuto. Cristina Kirchner infatti non ha espresso il suo appoggio esplicito a nessuno dei vari aspiranti.

Secondo gli analisti, i due unici nomi veramente in lizza nel peronismo pro governativo sono Daniel Scioli, attuale governatore della provincia di Buenos Aires – favorito dai sondaggi in quanto moderato che riuscirebbe ad attrarre anche il voto indipendente ma mal visto dall’ala più radicale del kirchnerismo – e Florencio Randazzo, Ministro degli Interni, molto più vicino alla «Presidenta» ma senza una vera base di consenso nell’elettorato. Un solo dato pare però molto probabile riguardo alle presidenziali di ottobre: in assenza di Cristina Fernandez de Kirchner – la Costituzione le vieta un terzo mandato – nessun candidato sembra essere in grado di ottenere una vittoria al primo turno, ossia con almeno il 40% dei voti e 10 punti di vantaggio sul secondo più votato. Il ballottaggio, insomma ad oggi è dato quasi per certo. Con l’alleanza siglata con il centrodestra, i radicali scommettono sulla possibilità di portare avanti uno dei due nomi sui quali si giocherà quel ballottaggio. Ma la natura disomogenea della neonata alleanza, così come i dissidi interni dell’UCR, influiranno sulla campagna elettorale tanto quanto il peso del candidato che risulterà vincitore nelle primarie di agosto e che otterrà la benedizione della «Presidenta».

Cambio o continuità con la “decada ganada” Kirchnerista? Su questo punto fondamentalmente si giocheranno le elezioni presidenziali di ottobre per Mariel Fornoni ,Presidente dell’istituto di ricerca e sondaggi Management & Fit: questa è quindi la cartina di tornasole sulla quale si polarizzerà sempre di più lo scontro fra i vari contendenti nei prossimi mesi.

Senza ombra di dubbio lo sciopero nazionale che ha paralizzato il paese la settimana scorsa è un pericoloso campanello d’allarme per il governo che non vuole vedere il vero problema di fondo che attanaglia il paese: un livello d’inflazione galoppante ormai insostenibile a causa di una spesa pubblica totalmente fuori controllo (dal 2003 ad oggi l’impiego nella pubblica amministrazione è aumentato del 70%!) che ha portato le banche a richiedere nuovamente con insistenza al Banco Central l’emissione di nuovi biglietti da 200 e 500 pesos, dato che quello da 100 pesos,biglietto di maggior valore in circolazione, nell’arco di 11 anni ha perso il 90% del suo potere d’acquisto e i prelievi medi dai bancomat sono passati dai 380 pesos del 2008 ai 1.500 odierni

Martedì inoltre il Tribunale federale di New York ha respinto l’appello presentato dall’Argentina in cui si chiedeva di annullare la sentenza del giudice Thomas Griesa che aveva vietato all’intermediaria Citibank di procedere il 31 marzo al rimborso degli obbligazionisti dei Tango bond che avevano aderito alle ristrutturazioni del 2005 e 2010.

Le motivazioni con cui il governo argentino chiedeva la cancellazione del provvedimento erano dovute al fatto che i bond in oggetto ricadono all’interno della legge argentina e di conseguenza non sotto la giurisdizione di Griesa. L’appello era stato presentato al termine di una escalation di minacce e provvedimenti che Buenos Aires ha intrapreso contro l’Istituto bancario, che si rifiuta di pagare i creditori a seguito della sentenza del giudice americano.Insomma la telenovela dello scontro con i “fondi avvoltoi” prosegue senza una soluzione e nel frattempo il pericoloso isolamento internazionale dell’Argentina continua.

La storia sembra ripetersi drammaticamente senza aver imparato nulla dagli errori del recente passato: cepo al dolar (sia il PRO di Mauricio Macri, sia il Frente Renovador di Massa vorrebbero toglierlo, ma con quali conseguenze? Una svalutazione non indolore del peso nel breve periodo sarebbe inevitabile),inflazione fuori controllo,import/export praticamente paralizzati, sono solo alcune delle questioni che il prossimo governo dovrà “sminare” facendo estrema attenzione.

L’economista Guillermo Nielsen (Frente Renovador) proprio sui rischi di un ripetersi del 2001 nei mesi scorsi ha lanciato un inquietante campanello d’allarme: “Non ho dubbi che ci sia un golpe di Stato in fieri: lo stanno organizzando giorno dopo giorno nel Ministero dell’Economia ed è contro il prossimo Presidente” che si troverà una situazione delle finanze pubbliche letteralmente esplosiva.

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L’Argentina e l’anno presidenziale che verrà

Il 25 ottobre 2015 si terranno nel paese sudamericano le elezioni presidenziali e quelle legislative. I candidati verranno scelti nel mese di agosto, con le “P.A.S.O.”, le primarie “aperte, simultanee ed obbligatorie” che dal 2009 definiscono la liste elettorali dei partiti che ottengono almeno l’ 1,5% dei voti validi espressi nel collegio elettorale di pertinenza.

La Presidenta Cristina Fernandez de Kirchner è entrata nell’ultimo anno del suo secondo mandato, e non potrà quindi ripresentarsi alle elezioni politiche di quest’anno.Quasi sicuramente sarà candidata invece per le “europee” argentine, cioè il debutto del “Parlasur”, il parlamento del Mercosur i cui membri verranno probabilmente scelti da elezioni associate a quelle per il Presidente e il parlamento nazionale.

Attualmente l’Argentina dovrebbe eleggere “merco-deputati” per un totale di 26 seggi, che diventerebbero 43 dal 2020. L’approvazione della legge che definisce  le modalità del primo voto per il parlamento sudamericano è stata occasione per un duro scontro politico dal forte sapore di campagna elettorale. Da una parte la maggioranza kirchnerista sta cercando di usare queste ulteriori consultazioni come traino  per le elezioni presidenziali e legislative, mostrando una Presidenta ancora saldamente in sella e facendo circolare voci su una sua candidatura al Parlasur. Dall’altra parte l’opposizione polemizza con le immunità parlamentari associate al ruolo di “merco-deputato” che la maggioranza vorrebbe approvare e che vengono direttamente ricondotte ai guai legali che sta vivendo la Presidenta con il caso “Hotesur” (Hotels di proprietà della Kirchner e usati come escamotage per mascherare le tangenti date dall’imprenditore Lazaro Baez che ha affittato centinaia di stanze lasciandole vuote) e minaccia di opporre alla candidatura presidenziale una lista unica dell’opposizione.

L’opposizione

Progetto di unità  tutt’altro che semplice, date le divisioni interne che ancora dominano l’opposizione all’oficialismo kirchnerista .Tre sono i soggetti più importanti del composito universo politico anti K: 1)il deputato bonaerense Sergio Massa 2)il sindaco di Buenos Aires, Mauricio Macri, fondatore del PRO (che sta per “propuestas”), partito liberale con cui dal 2007 governa Buenos Aires. Nel 2011 Macri aveva rifiutato di correre per le elezioni presidenziali, preferendo la rielezione a sindaco ed ora tenta il grande salto, come annunciato da diversi mesi. Ma la sua candidatura è nel frattempo un pò sbiadita, e di fronte a sondaggi altalenanti i media hanno deciso di scommettere sul peronista  Sergio Massa, avvocato e fondatore del “Frente Renovador”. Massa è stato deputato della Provincia di Buenos Aires e Vice primo ministro con Nestor Kirchner, prima di essere eletto per due volte (2007 e 2011) sindaco del municipio di Tigre,città del grande conurbano bonaerense. Da questa posizione di visibilità, Massa ha mosso poi verso la presidenza, rompendo con il kirchnerismo e fondando il suo partito personale in vista delle presidenziali del 2015.Vi è infine un terzo protagonista, il Frente Amplio “UNEN”,nuovo soggetto politico di centrosinistra,polo non peronista (e questo volenti o nolenti rappresenta in Argentina un forte handicap a livello elettorale) , nato dalla volontà di Ricardo Alfonsín (UCR), Fernando “Pino” Solanas (Proyecto Sur), Margarita Stolbizer (GEN),Hermes Binner (Partido Socialista) ed  Elisa Carrió (Coalición Cívica) di porre fine all’era K.Questa coalizione politica che era partita con le migliori intenzioni lo scorso anno, ha tuttavia progressivamente perso slancio a seguito delle forti polemiche nate dall’uscita di Elisa “Lilita” Carriò dalla coalizione  a seguito delle divisioni in merito alle strategie politiche da perseguire.Coinvolgere o no anche il PRO di Macri in questo progetto? La Carriò propendeva per questa opzione ma si è trovata di fronte un muro da parte dei suoi alleati.

Il Kirchnerismo

Già chiamarlo Kirchnerismo pensando ad un monolite  è fuorviante. Si tratta infatti di una lunga lista di personalità politiche che, con molte e stridenti differenze tra di loro,hanno condiviso la traiettoria politica della coppia Nestor-Cristina Kirchner e le politiche della “decada ganada” iniziata nel 2003, un gruppo però  tutt’altro che compatto al suo interno. Le speculazioni giornalistiche imperversano, rafforzate dal fatto che la Presidenta non ha ancora “incoronato” nessun candidato ufficiale del suo entourage. Vi è comunque una lista di pre-candidati alle P.A.S.O del “Frente Para la Victoria”, la coalizione di governo, tra i cui nomi spiccano quelli di Daniel Scioli e Florencio Randazzo.

Il primo, Scioli,ex vicepresidente della Repubblica e attuale governatore della Provincia di Buenos Aires (dal 2007, rieletto nel 2011), è ritenuto un peronista di destra, decisamente sgradito alla componente progressista del Frente Para la Victoria, uno dei motivi principali per cui la sua spasmodica ricerca di un endorsement ufficiale non ha ancora prodotto alcun risultato. La sua carriera politica inizia nel 1997, quando viene eletto deputato del governo della città di Buenos Aires dopo aver vinto le elezioni interne al Partito Justicialista in alleanza con Carlos Menem. Nel 2003 passa con Nestor Kirchner, accettando di far parte del “ticket” presidenziale che lo porta a ricoprire il ruolo di vice-presidente.La sua parabola politica ambivalente all’interno del peronismo e la sua insistenza sui temi della sicurezza lo rendono sostanzialmente un candidato di destra in seno al kirchnerismo.Un debole contrasto opporrà invece a Daniel Scioli, la diretta continuità dell’agenda politica della Presidenta  Kirchner,incarnata dalla candidatura di Florencio  Randazzo.

Randazzo,attuale Ministro dei trasporti (dal 2007, primo governo di Cristina Kirchner), proveniente dal Partito Justicialista ed ex numero due della Provincia di Buenos Aires durante il governo di Felipe Solà (peronista Menemista, ora all’opposizione), si è candidato alle interne con l’idea di essere il successore della Kirchner. Nonostante la presenza mediatica e i collegamenti politici con i municipi del Gran Buenos Aires che gli garantisce il suo ruolo di Ministro dei trasporti, la sua appare come  una candidatura di testimonianza.

Il kirchnerismo si ritrova quindi ad un anno dalle elezioni senza un candidato forte e definito, correndo il pericolo di un’implosione che smembri il vasto patrimonio di deputati e senatori e l’imponente capitale politico accumulato in questi 12 anni di governo.

La soluzione ci sarebbe dicono alcuni…. c’è infatti un possibile candidato della cui fede al progetto kirchnerista e visibilità mediatica nessuno potrebbe dubitare: Maximo Kirchner. Il figlio della Presidenta è infatti uscito allo scoperto per la prima volta il 13 settembre scorso, quando ha parlato dal palco allestito allo stadio dell’Argentinos Juniors, durante una manifestazione de “La Campora”, la corrente politica che ha fondato nel 2006. Dopo anni di lavoro nelle retroguardie per organizzare e diffondere nel paese la sua creatura politica ultra-kirchnerista, Maximo è “sceso in campo” ottenendo un successo mediatico clamoroso. Lo ha fatto per rilanciare l’immagine della Presidenta, offuscata dai sempre più numerosi scandali giudiziari, ricoveri in ospedale e indebolita dall’aprirsi della fase conclusiva della sua presidenza.

Kirchner Jr ha promesso che La Campora, che può contare su decine di deputati e senatori nazionali, oltre che su di un numero incalcolabile di politici provinciali e municipali, continuerà a servire il progetto del kirchnerismo anche dopo l’uscita di scena della madre. Difficile che questa intenzione si traduca in una sua candidatura per il 2015,tale scelta alimenterebbe sì il mito progressista iniziato da Nestor nel 2003 ma mentre già  imperversano le accuse di nepotismo e leaderismo, rischierebbe facilmente di trasformarsi in un boomerang politico.

Oltre le urne

Anche se la campagna elettorale può dirsi ormai iniziata e vi sono numerosi sondaggi che circolano al riguardo,tuttavia è ancora presto per azzardare qualsiasi previsione sui risultati che usciranno dalle urne, complice la debolezza di tutti gli schieramenti in campo.La maggior parte dei commentatori concorda nel ritenere il passaggio elettorale del prossimo ottobre come “epocale”: segnerà infatti la fine di un ciclo, quello kirchnerista, e chiunque vincerà, sarà chiamato a guidare una trasformazione alquanto profonda dell’agenda di governo che ha caratterizzato l’ultima decade rivelatasi un gigantesco bluff economico ,caratterizzato dai dati truccati in maniera sistematica da parte dell’Indec (l’Istat argentino) e culminato con il nuovo default del luglio scorso dopo appena 13 anni da quello del 2001.In questo difficile contesto appare come una “boccata d’ossigeno” (ma di certo non risolutiva,quanto piuttosto come un prender tempo fino alle elezioni per scaricare la “patata bollente” al nuovo Governo) l’accordo siglato con la Cina per lo scambio di valuta tra i due paesi per l’ammontare massimo di 11 miliardi di dollari in tre anni. Lo “swap” fissa le modalità con cui potrà avvenire lo scambio.Pechino a fine ottobre ha erogato  a Buenos Aires 800 milioni di dollari, contrariamente agli 11 miliardi ipotizzati inizialmente. Tuttavia, quest’ultima cifra resterà a disposizione del paese sudamericano nei prossimi tre anni e sarà corrisposta sotto forma di prestito al tasso annuo del 6-7%. L’accordo è rinnovabile alla fine del triennio.Inoltre il patto (tutt’ora non molto chiaro in quanto tenuto nascosto anche alle opposizioni)  prevede che in cambio del finanziamento economico, le imprese cinesi possano  godere di un accesso privilegiato in Argentina in materia energetica,mineraria e agricola.Insomma quasi una “vendita” disperata al colosso asiatico pur di ricercare finanziamenti alternativi dato che l’Argentina  dal default  2001 non ha accesso al mercato del credito internazionale per rifinanziare il suo debito. Inoltre, il paese soffre anche il calo delle esportazioni, conseguenza sia di un tasso di cambio tenuto artificiosamente sopravvalutato, sia del tracollo dei prezzi di beni come la soia, che l’Argentina vende all’estero.Le forti restrizioni imposte ai cittadini per ottenere dollari hanno prodotto una paralisi dell’ import/export con conseguenze pesanti per il commercio e gli imprenditori,sfiorando addirittura  il grottesco per i consumatori che vedono scomparire dagli scaffali dei supermercati diversi prodotti (ultimo in ordine di tempo la penuria riscontrata degli assorbenti importati dall’estero per il gentil sesso).

La colpa di tutto questo? Per Le Monde è da ricercarsi nella classe politica peronista che sta portando l’Argentina ad una “graduale discesa verso l’inferno” che ricorda molto la traiettoria politica del Venezuela di Maduro (ed in marcato contrasto rispetto al percorso di sviluppo economico e politico di altri Paesi latinoamericani come il Cile,la Colombia o il Messico). Senza ombra di dubbio questo continuo scontro e demagogia populista del “Patria o Buitres” (Patria o Fondi avvoltoi) per il Wall Street Journal  potrebbe aiutare il Kirchnerismo in vista delle prossime elezioni, ma nel 2016, in un Paese in cui il debito pubblico appare senza freni e  la metà della popolazione vive grazie allo Stato e  ai suoi generosi sussidi, al nuovo Governo  spetterà farsi carico del redde rationem con pesanti tagli in vista.

Fino a quando potrà reggere il BCRA?

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L’Argentina sta monetizzando il proprio debito pubblico, non essendo in grado altrimenti di pagare la sua enorme spesa pubblica. Lo dimostrano i dati pubblicati dalla stessa Banca Centrale Argentina (BCRA), secondo i quali, nelle prime 3 settimane di agosto – primo mese dopo il default scattato lo scorso 31 luglio, la base monetaria è cresciuta del 6,7% su base mensile.

Cosa significano queste cifre? A luglio il BCRA aveva comprato debito sovrano argentino per 1,4 miliardi di dollari, “sterilizzandolo” con emissione di debito, in modo da non accrescere la base monetaria. Ma la situazione è risultata letteralmente stravolta in agosto, quando è scattato il default e gli acquisti di debito pubblico locale da parte del BCRA sono aumentati del 30%, mentre i tassi sono stati tagliati. Risultato: la base monetaria è esplosa, essendo venuta meno la sterilizzazione.

La monetizzazione del debito è un dato preoccupante in un’economia alle prese con un’inflazione intorno al 40%. A giugno, la spesa pubblica è cresciuta in Argentina del 56,6% su base annua (“una pazzia” per Guillermo Nielsen, ex Secretario de Finanzas all’epoca del Ministro Roberto Lavagna) e, nello stesso mese, il deficit statale è quadruplicato a 2 miliardi di dollari (16,7 miliardi di pesos).

Il problema è che Buenos Aires non ha accesso ai mercati finanziari per coprire il gap tra spese ed entrate. Da qui, o taglia la spesa ed evita di indebitarsi o monetizza il debito. Ovviamente, il governo populista della Presidenta Cristina Fernandez de Kirchner ha scelto la seconda strada, che a un anno dalle elezioni presidenziali eviterebbe (il condizionale è d’obbligo visti comunque i focolai di rivolta scoppiati lo scorso dicembre in tutto il paese) tumulti di piazza contro i tagli.

Il malcontento è molto alto.I prezzi crescono a ritmi rapidi, tanto che l’inflazione argentina è la seconda più alta nel contesto latinoamericano dopo quella del Venezuela di Nicolas Maduro e quarta a livello mondiale per il Fondo Monetario Internazionale.Il peso viene forzatamente tenuto ancorato al dollaro intorno a 8,40 ma come indica chiaramente il gap con il dolar blue (schizzato a 15 pesos dopo il default) il cambio ufficiale è un tasso ormai improbabile.

Per cercare di evitare il rischio una crisi valutaria (scenario più che mai concreto come delineato in un recente report da Bank of America), dopo che il peso è stato svalutato già del 14% a gennaio, il governo ha imposto controlli ai capitali. Le banche non potranno detenere attivi in dollari oltre il 20% sul totale dal 30% massimo consentito finora, mentre è stato annunciato che sono stati inaspriti i requisiti reddituali per le famiglie che acquistano dollari.Per non parlare poi dell’ultima “trovata” della AFIP (l’Agenzia delle Entrate argentina): si chiederanno le generalità di chi viaggia, quando e con che modalità ha comprato il biglietto, l’indirizzo di fatturazione della carta di credito, se il passeggero è in possesso di un programma di miglia, quanti bagagli intende portare, l’itinerario completo e i viaggi fatti in precedenza. I dati raccolti verranno incrociati con le dichiarazioni dei redditi per scovare possessori di fortune non dichiarate o dollari nascosti,divenuti come acqua nel deserto.”Una soluzione molto simile all’ ex Unione Sovietica” come affermato da Tomas Ryan, ex Presidente dell’Associazione argentina Agenzie di viaggio.

Espedienti inutili, dato che le riserve valutarie continuano ad assottigliarsi pericolosamente (-9,3% rispetto allo scorso anno e addirittura – 47% rispetto a gennaio 2011!) attestandosi adesso al di sotto dei 28 miliardi di dollari, il livello più basso da aprile scorso.

Fino a quando il BCRA potrà permettersi (continuando ad erodere le sue riserve) l’illusione di arrestare la corsa verso l’alto del dollaro? Dunque, la tempesta contro il peso appare ormai inevitabile. Ne è la spia anche l’affondo del Ministro dell’Economia, Axel Kicillof, contro i fondi “avvoltoi” che a suo dire complotterebbero contro la divisa locale.

E’ proprio questo il nodo di fondo non più occultabile che ha portato alle dimissioni del Governatore del Banco Central Juan Carlos Fabrega, da mesi ormai in aperto contrasto con Kiciloff.

L’ex Governatore (durato in carica appena 1 anno! E’ il terzo cambio alla Presidenza del BCRA effetuato dalla girandola di Cristina Kirchner: prima di lui Redrado e Mercedes Marco del Pont.  La Borsa di Buenos Aires è crollata dopo le sue dimissioni) veniva considerato un uomo molto vicino ai mercati finanziari, con una visione diametralmente opposta a quella del Ministro dell’Economia della Casa Rosada.Fabrega voleva limitare l’emissione monetaria per arginare un’inflazione ormai totalmente fuori controllo.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono state le critiche implicite piovutegli addosso dalla Kirchner per la preoccupante situazione sul mercato ufficiale del tasso di cambio, dove come detto il valore del peso è inferiore dell’80% rispetto alla quotazione al mercato nero. La Presidenta ha denunciato questo mercato illegale, dichiarando che le pressioni sul cambio sono dettate dalla volontà di qualcuno (impresari ed esportatori) di svalutare ancora il peso: “Dovranno aspettare un nuovo Governo per fare questo” ha ribadito più volte nel corso di questi mesi.

L’Argentina dopo il default di luglio e la sentenza di oltraggio alla Corte emanata da Griesa è entrata in una condizione di isolamento a livello internazionale, priva di ogni credibilità.

Moody’s ha stimato che le riserve valutarie potrebbero non bastare per terminare il mandato nel 2015.

Come sempre, a pagare le drammatiche conseguenze della politica demenziale della Presidenta sarà il pueblo argentino.

ARGENTINA FRA PROPAGANDA E REALTA’

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Dopo l’eco suscitato dal secondo default dell’economia argentina in appena tredici anni e al ruolo in questa “partita” esercitato dai cosidetti “fondos buitres” (fondi avvoltoi), la Presidenta Cristina Kirchner passa all’offensiva e annuncia di voler applicare la legge antiterrorismo (si avete capito bene, antiterrorismo!) alla multinazionale americana Donnelley  che pochi giorni fa, a causa della crisi, ha  dichiarato la chiusura  del suo stabilimento in Argentina in maniera improvvisa, lasciando così  per la strada 400 lavoratori.

Questa mossa è stata collegata dalla Casa Rosada  alla vicenda dei “fondi avvoltoi” ed è stata indicata dal Governo argentino come una manovra preordinata. Cristina Kirchner ha presentato denuncia di fronte alla Corte penale della Giustizia federale per il reato di “alterazione dell’ordine economico e finanziario” che si riferisce appunto  alla legge antiterrorismo promulgata nel dicembre del 2011,in mezzo a forti polemiche per la sua possibile  utilizzazione nei conflitti sociali.

Per la Kirchner  questa manovra della Donnelley  è  studiata  a tavolino per mettere l’Argentina all’angolo, non è altro che “un sistema fraudolento per spaventare la popolazione e seminare il panico “.

La Presidenta  argentina ha svelato infatti  che vi era stato un atto preparatorio della chiusura di questa multinazionale americana  (la Donnelley è azienda leader nel settore della stampa ) e lo ha collegato con la vicenda dei fondi avvoltoi che secondo lei non vogliono arrivare ad un accordo sui bond, non solo per avarizia e pura  cupidigia ma anche per “una decisione geopolitica di voler  tornare ad indebitare l’Argentina”.

Le argomentazioni degli hedge fund (che il Governo argentino ha provato ad  impugnare preso il Tribunale  Internazionale dell’Aja, cosa demagogica ed impraticabile per 2 motivi:1) Gli Usa non riconoscono  la giurisdizione  di questo tribunale  2) Il Tribunale dell’Aja interviene solo nelle dispute fra Stati mentre in questa battaglia legale  i “fondi avvoltoi” sono soggetti privati) avrebbero svelato  una cospirazione che spiegherebbe quanto accaduto  alla Donnelley, dove secondo la Presidenta  non esisteva alcuna crisi.

Ma cosa centra la Donnelley con i fondi avvoltoi? La Kirchner ha dichiarato che la AFIP (l’Agenzia delle Entrate argentina) avrebbe appurato che  il 7% della multinazionale sarebbe nelle mani del magnate  Paul Singer (a sua volta dominus del  fondo avvoltoio Nml Capital)  attraverso il  fondo di investimento Blackrock. La Donnelley sarebbe controllata per  il 60% da  fondi d’investimento e  uno di questi sarebbe riconducibile  appunto a  Blackrock,ricostruzione però  prontamente smentita da Donnelley che in un comunicato ha affermato di non aver alcun legame con i fondi avvoltoi.

“Esiste una trama mafiosa a livello internazionale che sta manovrando l’economia”  ha assicurato la Kirchner, questi soggetti  quindi “non hanno nessun problema a gettare una ventina di milioni di dollari per la strada solo per creare una situazione di instabilità in un Paese che vogliono vedere in ginocchio. Con me Presidente, non ci vedranno mai  in ginocchio.“, ha aggiunto subito dopo, riportando  anche le dichiarazioni del fondo avvoltoio Aurelius che mercoledì scorso  aveva dichiarato che per Buenos Aires il peggio deve ancora venire.

In realtà il Governo non sa che pesci prendere per  tirarsi fuori dal vicolo cieco nel quale si è ficcato ben prima del default dello scorso fine luglio. La crisi economica  si sta manifestando in tutto il Paese con una vistosa  contrazione delle vendite, numerose chiusure di attività commerciali e licenziamenti.

Tutto ciò  preoccupa non poco  il potere kirchmerista. La strategia populista del Governo K  è chiarissima: colpirne uno per educarne cento: guai imprenditori se vi venisse solo in mente di licenziare,potreste  fare la stessa  fine della Donnelley (il reato di terrorismo è punito con  il carcere fino a 15 anni).Questo il messaggio ,neanche tanto velato,che si vuol trasmettere.Quasi a voler  esorcizzare la crisi, la  Kirchner è arrivata anche a negare l’evidenza affermando che  il tema dei licenziamenti è pura invenzione dei giornali! Per non parlare poi in campo industriale  del progetto di legge, ley de abastecimiento, che vuole regolare il ruolo dell’ imprenditoria nello Stato argentino ispirandosi al “modello Chavista”(sic!), pretendendo di fissare i margini di profitto per ogni impresa e ciò che ogni impresa può o non può produrre.Si proprio quel “modello chavista” che ha portato in Venezuela all’espropriazione di 1019 imprese e alla chiusura di quasi 20 mila aziende.

Scarse riserve valutarie, inflazione verso il 40%, peso al collasso, dollaro al mercato che vola a livelli record (la gente in un clima d’incertezza cerca,come può, di proteggere i loro miseri risparmi) ed economia in contrazione: ingredienti di una crisi che per quanto il Governo si sforzi nell’addossarla alla congiuntura economica internazionale, in realtà secondo l’economista Carlos Melconian, è da addebitare interamente a fattori e scelte sbagliate  di politica interna. … come dargli torto?? Lo slogan governativo  “Patria o fondi avvoltoi” sembra non bastare più di fronte alle crescenti difficoltà economiche del pueblo argentino.

ARGENTINA SUL FILO DEL RASOIO

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Sono giorni e ore drammatiche per l’Argentina.Flop della riunione di martedì a New York tra i fondi avvoltoi dissenzienti, vincitori della causa legale contro l’Argentina, e i rappresentati del governo di Buenos Aires, convocati dal giudice Thomas Griesa, il quale ha incaricato l’avvocato Daniel Pollack di mediare ad oltranza.

Nessuna soluzione infatti è stata trovata per il pagamento degli 1,33 miliardi di dollari più gli interessi agli holdouts. C’è tempo fino al 30 luglio per sperare in un qualche risultato di compromesso,successivamente scatterà per l’Argentina il default, in quanto il giudice USA ha negato allo Stato sudamericano la possibilità di pagare i creditori ristrutturati, se non farà lo stesso con quelli che hanno rifiutato (per pretendere un pagamento integrale) gli accordi di ristrutturazione del 2005 e del 2010.

Il rappresentante del governo argentino, però, uscendo dall’incontro si è mostrato alquanto pessimista, dopo che Griesa non ha accettato la richiesta di Buenos Aires di sospendere il pagamento ai “fondi avvoltoi” (per aggirare così la clausola RUFO), mentre ha invitato le parti a trattare ininterrottamente,fissando già per oggi in queste ore un nuovo incontro.Protesta il governo argentino, che al vertice di martedì non è stato neanche rappresentato dal Ministro dell’Economia, Axel Kicillof.Considerando inoltre la riunione andata a vuoto di ieri, sono pessimi segnali di disinteresse a trattare ai massimi livelli o forse la consapevolezza che un accordo potrebbe non arrivare.

I legali del Governo argentino hanno comunicato che anche presupponendo riunioni serrate con i creditori, non ci sarebbe il tempo materiale per raggiungere un’intesa entro il 30 luglio, data di scadenza del periodo di grazia dei 30 giorni, dopo che l’Argentina non ha potuto pagare la cedola del bond 2033, maturata lo scorso 30 giugno.Solo se i “fondi avvoltoi” faranno un passo avanti, si potrebbe chiudere in tempo.

Come ogni trattativa, potrebbe trattarsi di un rischioso “poker” fra contendenti, perché come spesso capita, le parti si prendono tutto il tempo necessario per trattare, raggiungendo un accordo all’ultimo minuto, in modo da ottenere il massimo beneficio dall’accordo. Ma a pochi giorni dall’ora X, il pessimismo cresce realmente nel paese e non solo fra gli economisti “addetti ai lavori”.Baromentro di questo stato di cose è per eccellenza il “Dolar Blue” (la valuta americana al mercato nero) schizzato ieri a 12,70 pesos, toccando quasi il massimo valore di gennaio (13 pesos).

Il problema è che se l’Argentina pagasse gli 1,33 miliardi ai fondi avvoltoi, si potrebbero fare avanti anche tutti gli altri creditori non ristrutturati e persino quelli ristrutturati, questi ultimi in virtù della clausola RUFO (Rights Upon Future Offers) che concederebbe loro il diritto di avvalersi dei maggiori benefici elargiti agli altri creditori. Il costo dell’operazione ammonterebbe a 120 miliardi di dollari e il paese andrebbe verso un default inevitabile.

Ma se i fondi avvoltoi dissenzienti non accettassero l’ipotesi di ottenere il 30% subito (stessa percentuale riconosciuta ai creditori ristrutturati) e il resto nel 2015 (la clausola RUFO scade il 31 dicembre di quest’anno), lo scenario più probabile potrebbe essere quello di un “default provvisorio” (dalle conseguenze ugualmente molto rischiose) di 5 mesi.

In sostanza con questa opzione l’Argentina non potrà pagare nessuno fino alla fine dell’anno, ma all’inizio del 2015, essendo scaduta la clausola RUFO, i creditori ristrutturati non potrebbero più avanzare pretese dinnanzi a concessioni più sostanziose elargite ai fondi avvoltoi dissenzienti, per cui Buenos Aires tornerebbe a onorare le scadenze, ma potrebbe dover sborsare fino a 15-16 miliardi di dollari, nel caso si facessero avanti anche tutti gli altri creditori non ristrutturati.

La cifra sarebbe ancora alla portata dello Stato (il BCRA ha riseve valutarie in dollari per 29 miliardi), che emetterebbe a parziale compensazione del debito, nuovi titoli di stato, saldando il resto con la liquidità ottenuta intaccando le riserve valutarie.Nel frattempo però, da qui alla fine di dicembre,l’Argentina dovrebbe fronteggiare una massiccia fuga degli investitori dai suoi bond, un ulteriore tracollo del già svalutatissimo peso e l’impossibilità di accedere ai mercati a rendimenti sostenibili per rifinanziare il debito in scadenza e il buco di bilancio.Uno scenario del genere in un contesto di “allegre finanze” già di per se difficile (l’inflazione punta verso il 40% nel 2014) comporterebbe una esplosione dei prezzi,dinamica della quale si è avuto in parte un assaggio nel dicembre 2013 con disordini sociali in tutto il paese (diversi supermercati saccheggiati) dovuti alle continue richieste di adeguamento salariale per tutelarsi da un’inflazione fuori controllo che “divora” letteralmente i salari.

Il Primo Ministro italiano Matteo Renzi e oltre 100 parlamentari italiani hanno espresso la loro preoccupazione e il loro pieno appoggio al Governo di Buenos Aires, sottolineando la necessità di trovare assolutamente un’accordo sul processo di ristrutturazione del debito.

Il Countdown è iniziato,se la mediazione non andasse a buon fine,ciò potrebbe avere gravi ripercussioni non solo per l’Argentina ma a livello internazionale.

ARGENTINA, UNA CORSA CONTRO IL TEMPO

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Corsa contro il tempo in Argentina per evitare il default.Oggi scade “teoricamente” il termine ultimo per l’Argentina per rimborsare ai creditori internazionali i cosiddetti “tango bond”, ovvero quelle obbligazioni ristrutturate dopo l’ultimo default di fine 2001 ma che non furono accettate da alcuni hedge fund americani (Nml Capital del magnate Paul Singer fra tutti).

La recente sentenza della Corte Suprema USA favorevole ai fondi “avvoltoio”, ha messo Buenos Aires in una condizione di grande difficoltà, in quanto entro il 30 giugno lo Stato argentino dovrebbe rimborsare diversi miliardi di dollari di debiti. Dalla Casa Rosada hanno fatto sapere di aver bisogno invece di tempo per organizzare un piano di rimborso, che sia conforme alle attuali disponibilità di cassa del paese.L’intento del governo sarebbe quello di pagare i debiti a rate.

Per mostrare un atteggiamento collaborativo per evitare il default,qualche giorno fa il Ministro dell’Economia Axel Kicillof ha fatto depositare un miliardo di dollari presso diversi istituti finanziari, di cui 539 milioni presso la Bank of Mellon di New York, l’istituto bancario incaricato di provvedere ai pagamenti dei creditori ristrutturati, al fine di rassicurare gli investitori sul pagamento di fine giugno,data in cui maturano scadenze per 832 milioni di dollari.

Ma il giudice americano Thomas Griesa ha rigettato la richiesta dell’Argentina di sospendere l’obbligo del pagamento ai fondi “avvoltoi”, in modo che le parti abbiano il tempo necessario per giungere a un accordo ed ha intimato alla Bank of Mellon (agente pagatore) di non distribuire le cedole sui bond Argentina 2033  restituendo i soldi al Tesoro argentino per non rendersi complice di una violazione di sentenza.

Bisogna ricordare che la Corte Suprema USA ha respinto il ricorso dell’Argentina contro la sentenza di appello di Griesa, che impone a Buenos Aires di pagare gli 1,33 miliardi di dollari vantati a credito dai fondi “avvoltoi” ricorrenti, i quali non hanno aderito alla ristrutturazione del debito del 2005 e del 2010. Secondo la giustizia americana competente della vicenda, in quanto i bond argentini erano stati emessi sotto la legge USA, tali fondi “avvoltoi” dissenzienti hanno il diritto al rimborso integrale dei bond, più gli interessi maturati sino alla data del pagamento, ed in assenza di tale rimborso l’Argentina non potrà procedere nemmeno a pagare le scadenze sui bond ristrutturati.

Il governo argentino, però, si rifiuta di pagare gli 1,33 miliardi ai creditori non ristrutturati, perché teme che anche gli altri creditori dissenzienti, ma che finora non hanno fatto ricorso, potrebbero appellarsi al tribunale americano, chiedendo il pagamento integrale dei bond. In secondo luogo poi anche i creditori ristrutturati alla luce di questi sviluppi potrebbero pretendere lo stesso trattamento più favorevole concesso agli altri obbligazionisti “ribelli”, in virtù della  clausola RUFO (Rights Upon Future Offerings), che assegna il diritto di richiedere al governo i maggiori benefici elargiti eventualmente a chi non aveva accettato la ristrutturazione del debito. Gli 1,33 miliardi di dollari che Buenos Aires dovrebbe sborsare in favore dei fondi “avvoltoio”, si stima che salirebbero così a oltre 16 miliardi qualora tutti i creditori dissenzienti facessero ricorso…Ma se anche i creditori ristrutturati,in forza della RUFO, pretendessero (legittimamente) che fossero applicate a loro le clausole più favorevoli accordate agli altri, il conto per il paese diverrebbero salatissimo! Il ministro dell’economia dell’Argentina, Alex Kicillof, intervenendo all’Onu ha lanciato l’allarme: se Buenos Aires dovesse rispettare la sentenza americana si troverebbe a pagare, con le cause che ne seguirebbero, fino a 120 miliardi di dollari(!), una cifra che il paese non è certamente in grado di pagare avendo in cassa riserve in valuta americana pari ad appena 28,5 miliardi.In sostanza,se tutti chiedessero parità di trattamento, il default sarebbe inevitabile.In verità, la data entro la quale si eviterà di fare scattare il default tecnico non è il 30 giugno, ma la fine di luglio, per via del “periodo di grazia” di 30 giorni previsto dalle clausole sui bond.

Kicillof però vorrebbe trovare un’intesa in extremis entro giugno, perché teme la reazione negativa dei mercati, nel caso in cui la scadenza odierna (come appare ormai molto probabile) non fosse rispettata.E’ per questo motivo che il Ministro dell’Economia è passato da una iniziale posizione rigida nei confronti dei fondi avvoltoio “Los buitres no pasaran”, a continui messaggi rassicuranti, del tipo “pagheremo”, “abbiamo l’assoluta intenzione di pagare”.Il deposito di un miliardo era un tassello che andava in questa direzione, ma tuttavia non rassicura sul fatto che potrà effettivamente farlo.

L’Argentina e gli hedge fund hanno avviato dei primi contatti ma come  afferma Daniel Pollack, lo “special master”,mediatore nominato dal giudice Griesa per gestire e facilitare le trattative fra Buenos Aires e i fondi speculativi, ”nessuna soluzione” è stata ancora raggiunta, ed intanto il tempo continua a passare inesorabile.In sintesi le opzioni che sta attualmente analizzando Buenos Aires sono 3:

1)    Non riconoscere nulla ai fondi avvoltoi, come ha sempre sostenuto la Presidenta Cristina Fernanda de Kirchner,ciò equivarrebbe a dichiarare “default tecnico” per poter cambiare la giurisdizione dei bond ristrutturati portandoli sotto la legge argentina anziché quella americana. Una mossa tecnicamente possibile, ma che avrebbe un ritorno mediatico estremamente negativo, sia per la presidenza a un anno dalle elezioni, sia per l’economia e che, alla fine dei conti, non impedirebbe ai fondi avvoltoi di ottenere i dovuti risarcimenti pignorando i beni dell’Argentina sparsi per il mondo (ricordiamo a tal proposito il tentativo tempo addietro di pignorare la Nave militare argentina “Fragata Libertad” e di porre sotto sequestro l’Ambasciata argentina a Parigi)

2)    Pagare integralmente i fondi “avvoltoi” entro il 31 luglio e contestualmente le cedole già staccate sui bond 2033. Questo però, farebbe scattare la clausola RUFO secondo la quale l’Argentina dovrebbe adeguare i risarcimenti agli obbligazionisti che avevano ristrutturato i bond nel 2005 e 2010 qualora venisse migliorata l’offerta ad altri creditori del debito.

3)    Il terzo scenario (per il quale l’Argentina starebbe spingendo maggiormente) consisterebbe nel trattare con i fondi avvoltoi una soluzione che consenta il risarcimento dopo il mese di dicembre (mese in cui scade la clausola RUFO) evitando così il default tecnico.La proposta, come riporta La Nacion consisterebbe in un acconto cash e un saldo costituito da nuove obbligazioni che il governo argentino riserverebbe agli hedge funds. Una soluzione che potrebbe (il condizionale è d’obbligo) mettere tutti d’accordo, evitando così un nuovo drammatico default del paese tredici anni dopo quello del 2001, scenario che certamente non converebbe a nessuna delle parti coinvolte.

Come se questa grana non bastasse per il disastrato governo della Presidenta Kirchner,il magistrato federale Ariel Lijo ha deciso di rinviare a processo il Vice Presidente della Repubblica,Amado Boudou, in merito all’affaire “Ciccone calcografica”.

 

 

 

 

Argentina: La sentenza della Corte Suprema Usa e i possibili scenari

Argentina's Economy Minister Kicillof announces what the government will do following a major setback in its long-running legal battle against "holdout" investors in Buenos Aires

La Corte Suprema degli Stati Uniti, con una decisione in parte inaspettata, ha respinto le richieste dell’Argentina nell’ambito del contenzioso con alcuni “fondi avvoltoi” (capeggiati dagli hedge fund Aurelius Capital ed Elliot Management del magnate Paul Singer) sui titoli di Stato su cui Buenos Aires fece default all’inizio del millennio. Si tratta di fondi “avvoltoi”, che all’indomani degli accordi tra Buenos Aires e il 93% dei creditori, hanno comprato a pochi spiccioli i bond nelle mani dei creditori “ribelli”, puntando ad ottenere il rimborso del 100% del valore nominale dei titoli acquistati, facendo ricorso al Tribunale di New York.Ora il paese dovrà sborsare ora 1,3 miliardi di dollari per risarcirli. Due le opzioni rimaste: conformarsi alla sentenza del massimo tribunale Usa o rifiutarsi di pagare.Nel primo caso,  si dovrebbe attingere alle già scarse riserve valutarie della Banca Centrale Argentina(BCRA). Nel secondo caso, invece, Buenos Aires si screditerebbe per l’ennesima volta, quando da alcuni mesi invece sta tentando una timida riappacificazione con i mercati, mostrandosi più“market friendly”. L’Argentina aveva avvertito la Corte Suprema USA, nella sua documentazione sul ricorso contro la sentenza della Corte di Appello, che in caso di respingimento del ricorso, le conseguenze per il paese sarebbero state nefaste, paventando la possibilità di un default tecnico, giudicato dalla controparte una “esagerazione”. Il problema è che il prossimo 30 giugno deve essere onorato un pagamento in favore degli obbligazionisti ristrutturati e in possesso dei bond 2033. La Corte ha ribadito che questi creditori non possono essere pagati, se non si pagano contestualmente anche gli obbligazionisti dissenzienti, altrimenti sarebbe violata la clausola di pari trattamento tra tutti i creditori che l’Argentina si era impegnata a rispettare. In sostanza, se non saranno pagati gli 1,3 miliardi ai fondi avvoltoi, il governo argentino non potrà pagare nemmeno gli altri creditori ristrutturati. Da qui, lo spettro di un default tecnico (come dimostrano anche le parole molto chiare in un messaggio a reti unificate della Presidenta Cristina Kirchner che confermano questa paura), come fa presagire subito dopo la sentenza l’impennata dei rendimenti dei CDS (Credit Default Swap) – i titoli che assicurano dal rischio default – schizzati a 2.786 punti e il dollaro al mercato nero (dolar blue) che si è portato rapidamente a 12,40 pesos. E’ possibile però che lo stesso giudice americano Thomas Griesa riesca in extremis a trovare un accordo fra i contendenti che eviti lo scenario peggiore per l’Argentina e l’intera comunità finanziaria internazionale, magari imponendo al governo scadenze da rispettare per il pagamento ai fondi avvoltoi.La prima riunione di oggi fra le parti tuttavia mantiene lo stallo e  le parole di critica alla esternazioni della Presidenta Cristina Kirchner da parte del giudice Griesa non lasciano presagire nulla di buono.

La sentenza americana rappresenta anche un duro colpo alla politica locale, già sotto pressione per la crisi finanziaria e valutaria che sta vivendo il paese da qualche anno a questa parte.l’Argentina è alle prese con un’inflazione inarrestabile che punta dritta al 40%, mentre il peso è già stato parzialmente lasciato libero di oscillare contro il dollaro, ma tutt’ora sarebbe sopravvalutato.  “No pasaran”, così si è espresso contro i fondi avvoltoi il Ministro dell’Economia Axel Kicillof che ha spiegato che la cifra in gioco non sarebbe di 1,3 miliardi di dollari,bensì di 15 miliardi, in quanto il governo dovrebbe rispondere alle richieste anche di tutti gli altri creditori non ristrutturati. E con riserve valutarie crollate in un anno del 25% a 28,8 miliardi di dollari, è evidente che Buenos Aires non avrebbe il denaro sufficiente per pagare tutti. Da qui, lo spettro concreto del default. Proprio perchè non è detto che alla fine l’accordo si trovi,allora  l’Argentina sta anche cercando una soluzione tecnica per spingere gli obbligazionisti ristrutturati sotto la legge americana a passare sotto la giurisdizione locale. In questo modo si aggira la sentenza e i creditori ristrutturati potrebbero essere pagati ugualmente, in quanto non rientrerebbero più sotto la giurisdizione Usa.E’ evidente però che questa manovra oltre ad essere rischiosa per i creditori,non sarebbe ben vista dai mercati finanziari perché si tratterebbe dell’ennesimo escamotage trovato da Buenos Aires per aggirare le regole a cui formalmente si sottopone. Non è un caso che l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha declassato i bond argentini a CCC-, 9 gradini al di sotto del livello “investment grade”.Se l’Argentina fosse tagliata nuovamente fuori dal circuito finanziario globale, crollerebbe rapidamente. Scarse riserve, inflazione accumulata nei primi 5 mesi dell’anno del 12,9%, peso al collasso ed economia in contrazione: gli ingredienti per una tempesta perfetta.