Fino a quando potrà reggere il BCRA?

fabregas-kicillof

L’Argentina sta monetizzando il proprio debito pubblico, non essendo in grado altrimenti di pagare la sua enorme spesa pubblica. Lo dimostrano i dati pubblicati dalla stessa Banca Centrale Argentina (BCRA), secondo i quali, nelle prime 3 settimane di agosto – primo mese dopo il default scattato lo scorso 31 luglio, la base monetaria è cresciuta del 6,7% su base mensile.

Cosa significano queste cifre? A luglio il BCRA aveva comprato debito sovrano argentino per 1,4 miliardi di dollari, “sterilizzandolo” con emissione di debito, in modo da non accrescere la base monetaria. Ma la situazione è risultata letteralmente stravolta in agosto, quando è scattato il default e gli acquisti di debito pubblico locale da parte del BCRA sono aumentati del 30%, mentre i tassi sono stati tagliati. Risultato: la base monetaria è esplosa, essendo venuta meno la sterilizzazione.

La monetizzazione del debito è un dato preoccupante in un’economia alle prese con un’inflazione intorno al 40%. A giugno, la spesa pubblica è cresciuta in Argentina del 56,6% su base annua (“una pazzia” per Guillermo Nielsen, ex Secretario de Finanzas all’epoca del Ministro Roberto Lavagna) e, nello stesso mese, il deficit statale è quadruplicato a 2 miliardi di dollari (16,7 miliardi di pesos).

Il problema è che Buenos Aires non ha accesso ai mercati finanziari per coprire il gap tra spese ed entrate. Da qui, o taglia la spesa ed evita di indebitarsi o monetizza il debito. Ovviamente, il governo populista della Presidenta Cristina Fernandez de Kirchner ha scelto la seconda strada, che a un anno dalle elezioni presidenziali eviterebbe (il condizionale è d’obbligo visti comunque i focolai di rivolta scoppiati lo scorso dicembre in tutto il paese) tumulti di piazza contro i tagli.

Il malcontento è molto alto.I prezzi crescono a ritmi rapidi, tanto che l’inflazione argentina è la seconda più alta nel contesto latinoamericano dopo quella del Venezuela di Nicolas Maduro e quarta a livello mondiale per il Fondo Monetario Internazionale.Il peso viene forzatamente tenuto ancorato al dollaro intorno a 8,40 ma come indica chiaramente il gap con il dolar blue (schizzato a 15 pesos dopo il default) il cambio ufficiale è un tasso ormai improbabile.

Per cercare di evitare il rischio una crisi valutaria (scenario più che mai concreto come delineato in un recente report da Bank of America), dopo che il peso è stato svalutato già del 14% a gennaio, il governo ha imposto controlli ai capitali. Le banche non potranno detenere attivi in dollari oltre il 20% sul totale dal 30% massimo consentito finora, mentre è stato annunciato che sono stati inaspriti i requisiti reddituali per le famiglie che acquistano dollari.Per non parlare poi dell’ultima “trovata” della AFIP (l’Agenzia delle Entrate argentina): si chiederanno le generalità di chi viaggia, quando e con che modalità ha comprato il biglietto, l’indirizzo di fatturazione della carta di credito, se il passeggero è in possesso di un programma di miglia, quanti bagagli intende portare, l’itinerario completo e i viaggi fatti in precedenza. I dati raccolti verranno incrociati con le dichiarazioni dei redditi per scovare possessori di fortune non dichiarate o dollari nascosti,divenuti come acqua nel deserto.”Una soluzione molto simile all’ ex Unione Sovietica” come affermato da Tomas Ryan, ex Presidente dell’Associazione argentina Agenzie di viaggio.

Espedienti inutili, dato che le riserve valutarie continuano ad assottigliarsi pericolosamente (-9,3% rispetto allo scorso anno e addirittura – 47% rispetto a gennaio 2011!) attestandosi adesso al di sotto dei 28 miliardi di dollari, il livello più basso da aprile scorso.

Fino a quando il BCRA potrà permettersi (continuando ad erodere le sue riserve) l’illusione di arrestare la corsa verso l’alto del dollaro? Dunque, la tempesta contro il peso appare ormai inevitabile. Ne è la spia anche l’affondo del Ministro dell’Economia, Axel Kicillof, contro i fondi “avvoltoi” che a suo dire complotterebbero contro la divisa locale.

E’ proprio questo il nodo di fondo non più occultabile che ha portato alle dimissioni del Governatore del Banco Central Juan Carlos Fabrega, da mesi ormai in aperto contrasto con Kiciloff.

L’ex Governatore (durato in carica appena 1 anno! E’ il terzo cambio alla Presidenza del BCRA effetuato dalla girandola di Cristina Kirchner: prima di lui Redrado e Mercedes Marco del Pont.  La Borsa di Buenos Aires è crollata dopo le sue dimissioni) veniva considerato un uomo molto vicino ai mercati finanziari, con una visione diametralmente opposta a quella del Ministro dell’Economia della Casa Rosada.Fabrega voleva limitare l’emissione monetaria per arginare un’inflazione ormai totalmente fuori controllo.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono state le critiche implicite piovutegli addosso dalla Kirchner per la preoccupante situazione sul mercato ufficiale del tasso di cambio, dove come detto il valore del peso è inferiore dell’80% rispetto alla quotazione al mercato nero. La Presidenta ha denunciato questo mercato illegale, dichiarando che le pressioni sul cambio sono dettate dalla volontà di qualcuno (impresari ed esportatori) di svalutare ancora il peso: “Dovranno aspettare un nuovo Governo per fare questo” ha ribadito più volte nel corso di questi mesi.

L’Argentina dopo il default di luglio e la sentenza di oltraggio alla Corte emanata da Griesa è entrata in una condizione di isolamento a livello internazionale, priva di ogni credibilità.

Moody’s ha stimato che le riserve valutarie potrebbero non bastare per terminare il mandato nel 2015.

Come sempre, a pagare le drammatiche conseguenze della politica demenziale della Presidenta sarà il pueblo argentino.

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