L’ARGENTINA CON IL FIATO SOSPESO

FONDOS_BUITRES

L’Argentina in queste ore è letteralmente con il fiato sospeso.No, non si tratta del tanto atteso debutto nel mondiale di calcio contro la Bosnia, ma di un’altra partita ben più importante, quella con la Corte Suprema USA. che si dovrà pronunciare sul ricorso del governo di Buenos Aires contro la sentenza del giudice Thomas Griesa, che ha condannato il paese sudamericano a pagare il 100% dei titoli in possesso per 1,33 miliardi di dollari dei cosiddetti fondi “avvoltoi”, capitanati da Nml Capital.

La sentenza,attesa inzialmente per giovedi 12 è slittata a lunedì.Nel caso in cui il ricorso fosse respinto, la sentenza di Griesa diverrebbe immediatamente esecutiva.La Banca Centrale (BCRA) si sarebbe già preparata, avendo acquistato in questi giorni 150 milioni di dollari, il dato più alto dell’ultimo mese, rimpinguando un pò le stremate riserve valutarie, pari ora a 28,779 miliardi di dollari.

E’ proprio il basso livello delle riserve valutarie a preoccupare gli investitori, anche perché il tasso di cambio tra peso e dollaro non è ancora libero di oscillare sul mercato, nonostante sia stato svalutato del 60% nell’ultimo anno e oggi si attesti sopra quota 8. Per diversi analisti Cristina Fernandez de Kirchner potrebbe concludere il suo mandato, in scadenza nell’autunno del 2015, con una ulteriore svalutazione del peso nell’ordine del 20-30%, a quota 9,50-9,70 contro 1 dollaro.La svalutazione sarebbe compatibile con le indiscrezioni uscite pochi giorni fa, secondo cui, nel caso di una sentenza avversa da Washington, la Kirchner (nonostante le successive smentite del governo argentino) sarebbe pronta a dichiarare nuovamente default sul debito sovrano, in modo da ristrutturare ancora i bond e pagare gli obbligazionisti del fondo Nml Capital a condizioni penalizzanti, rispetto a quelle concesse dai giudici USA.   La svalutazione del peso, infatti, consentirebbe all’Argentina di far confluire nuovamente dollari nel paese, evitando il prosciugamento delle riserve, come sta effetivamente avvenendo ad oggi (stessa cosa anche in Venezuela), sebbene le importazioni diverrebbero molto più costose, in un paese dove ormai linflazione viaggia come un treno inarrestabile ben oltre il 30%! L’unico aspetto positivo nella sconquassata finanza argentina sta nei rendimenti dei cds (credit default swap) a 5 anni, ossia dei titoli che assicurano dal rischio default, scesi in un anno dal 18,4% in zona 14%.Il mercato (anche per l’interessamento di Obama) sembrerebbe scommettere su una soluzione positiva della vicenda,ma tutto può cambiare nell’arco di 48 ore.Tuttavia la profonda diffidenza che circonda l’Argentina sembra permanere agli occhi degli osservatori internazionali: dopo il default economico del 2001, è considerata infatti un “paria” della comunità finanziaria internazionale.”Non c’è un piano segreto per evadere i pagamenti”, ha dichiarato Carmine Boccuzzi della società legale Cleary Gottlieb Steen & Hamilton che rappresenta l’Argentina nel contenzioso.Tuttavia una vittoria dei “fondi avvoltoi” creerebbe un precedente molto pericoloso (e non solo per l’Argentina,il rischio contagio potrebbe poi colpire anche la Grecia) perché anche quel 93% di creditori che in un primo tempo aveva accettato a malincuore la ristrutturazione,si  sentirebbe legittimato a percorre la stessa strada per avere un rimborso integrale dei bond svalutati.Ma questa ipotesi,come ha ammesso lo stesso Boccuzzi significherebbe che “given the fact that the Republic does not have the resources to pay all of the holdouts, is that there will likely be a default, an across-the-board default” .In pratica questo equivale ad una conferma indiretta di questo piano segreto: un default inevitabile.Per quanto riguarda poi il recente accordo siglato dal Ministro dell’Economia Axel Kiciloff con il Club di Parigi, nei prossimi cinque anni il Paese latinoamericano dovrà pagare 9.700 milioni di dollari, cifra che include il debito originale di 5.000 milioni di dollari più gli interessi maturati dal default del 2001 fino a oggi. L’accordo prevede un esborso iniziale di 650 milioni di dollari a luglio 2014 e  500 milioni a maggio 2015. I capitali dovuti matureranno interessi del 3% annuo per i primi cinque anni.Questo rappresenta certamente un passo fondamentale nella strategia di riavvicinamento dei mercati internazionali del debito (preclusi fino ad oggi dopo il default 2001).il Governo argentino negli ultimi mesi sta infatti cercando faticosamente di mostrare timidi segnali di una inversione di tendenza rispetto al recente passato populista in materia economica, il risarcimento al gruppo spagnolo Repsol per l’esproprio delle azioni della compagnia petrolifera YPF rientra per esempio all’interno di questa strategia. Tuttavia, l’Istituto argentino per lo Sviluppo Sociale (IDESA),centro di ricerca indipendente e senza scopo di lucro,ha lanciato un’allerta sulle “conseguenze distruttive” derivanti dall’aver stretto in questo particolare momento un accordo con il Club di Parigi, proprio mentre nel paese persiste un deficit di bilancio elevato e crescente.

Non si può non notare poi,come rimarcato anche dalle opposizioni al governo Kirchnerista, che il debito per gran parte sarà pagato da un altro Governo, considerando la scadenza presidenziale nel 2015. L’Argentina ha infatti promesso di pagare 1.200 milioni di dollari (12% del totale) nel maggio del prossimo anno, mentre il resto (88%) dovrà essere pagato dalle Amministrazioni cui toccherà la gestione dell’accordo a partire dal 2016, quando si insedierà il nuovo Governo.

Un punto centrale da considerare, secondo quanto riportato da IDESA, è lo stato dei conti pubblici argentini. Secondo il Ministero dell’Economia, il deficit di bilancio nel primo trimestre di quest’anno ha raggiunto il livello record di 4.926 milioni di dollari. «Firmare accordi che dovranno essere mantenuti dai prossimi governi per colmare l’attuale deficit di bilancio, contraendo un ulteriore debito, significa prolungare l’agonia e ipotecare il futuro»,evidenzia il centro studi.

Secondo IDESA, gli abbondanti flussi di credito del mercato estero,  con tassi di interesse molto bassi, sono un’opportunità che l’Argentina sta sprecando da un decennio, ma nelle attuali condizioni economiche, l’inaccessibilità al credito internazionale non era da intendersi come una punizione, bensì come una tutela contro l’incapacità di prendere in prestito dollari per sanare il deficit di bilancio generato da un Governo che non abbandona il suo circolo vizioso: aumento della spesa pubblica (tra il 2000 e il 2010 è aumentata dal 28,3% al 38,4% del PIL ) abbinato a una notevole emissione monetaria,  da cui deriva la crescita eccessiva dell’inflazione e il costo del dollaro.

A tutto questo si aggiunge l’incertezza per il futuro generata dal rallentamento nella creazione di nuovi posti di lavoro: Il tasso di disoccupazione si attesta al 7,1%, mentre la creazione di posti di lavoro è rimasta pressoché invariata negli ultimi sei mesi.

Parallelamente, la povertà quest’anno potrebbe superare il 27,5% registrato nel 2013 tra la popolazione urbana totale, come stimato da un’indagine dell’ Universidad Catolica Argentina (UCA).

In questo contesto tutt’altro che roseo, si ingrossa il “Boudougate” (uno dei principali casi di malversazione politica argentina attualmente nell’occhio del ciclone, insieme alla “ruta del dinero K”,la via dei soldi delle tangenti,attraverso paradisi fiscali, che hanno legato a doppio filo in questo decennio i Kirchner all’imprenditore Lazaro Baez). Il procuratore Jorge Di Lello ha avviato un’indagine penale contro il Vicepresidente della Repubblica Amado Boudou, accusato di arricchimento illecito durante il periodo in cui sedette alla poltrona di Ministro delle Finanze. L’accusa del Pubblico Ministero è stata consegnata al magistrato federale Ariel Lijo. L’accusa coinvolge anche la giovane fidanzata Agustina Kampfer, assieme agli imprenditori José María Nuñez Carmona e Alejandro Vandebroele. La denuncia originale è stata presentata da Christian Sanz, Direttore del Portale Periodico Tribuna. Ma in cosa consiste questo scandalo? il salvataggio della storica Ciccone Calcográfica S.A., un’impresa fondata nel 1951 e nota per avere più volte ottenuto commissioni dal Governo per stampare banconote ed altri documenti ufficiali. Indebolita da scelte finanziarie errate negli anni novanta e quindi dalla crisi del 2001, la società si trovava otto anni dopo nella condizione di dover chiudere i battenti per la scadenza dei contratti con il Governo relativi alla stampa di passaporti e carte di identità. Nell’agosto 2010, in effetti, l’Amministrazione Federale delle Entrate Pubbliche (AFIP) otteneva la dichiarazione di fallimento per la Ciccone, dalla quale si esigeva di saldare anche un debito di 239 milioni di pesos. La storia della società stampatrice, che sembrava ormai definitivamente chiusa, si riapriva neanche due mesi dopo in seguito all’intervento di due società, “London Supply” e “The Old Fund”, il cui interessamento permetteva il ritiro della dichiarazione di fallimento e, in novembre, la richiesta all’AFIP da parte del Ministero dell’Economia di una speciale moratoria per l’estinzione del debito. L’inverno successivo, la The Old Fund di Alejandro Vanderbroele riprendeva il controllo dello stabilimento e rinominava la Ciccone in Compañía de Valores Sudamericana.

Proprio l’intervento da parte del Governo sollevava però le perplessità della Magistratura, che nel 2012 istituiva un’indagine in seguito alle denunce presentate dalla moglie di Vanderbroele, Laura Muñoz. Secondo la donna, infatti, il marito sarebbe stato solo un prestanome: il vero acquirente della Ciccone sarebbe stato il Ministro Amado Boudou! Nonostante quest’ultimo avesse a più riprese negato ogni rapporto col nuovo direttore della Compañía de Valores, gli inquirenti scoprivano presto che Vanderbroele aveva pagato affitto e abbonamento televisivo di un appartamento intestato al Ministro. La replica di Boudou tradiva un certo accento kirchnerista”, accostando le indagini alla «mafia di Magnetto», vale a dire dell’amministratore delegato del Gruppo Clarín, con cui il Governo è notoriamente in conflitto.Nonostante questo, l’indagine proseguiva e giungeva alle conclusioni divenute ormai di pubblico dominio: secondo la richiesta di istruttoria, quelle del Ministro sarebbero state «negoziazioni incompatibili» con la propria funzione, soprattutto relativamente all’intenzione di The Old Fund di giungere, attraverso l’acquisizione della Ciccone, ad accordi con lo Stato Nazionale «per la produzione banconote di corso legale».

Nel gennaio 2012, infatti, la direttrice della Casa de Moneda, Katya Soledad Daura, informava la Banca Centrale della Repubblica Argentina (BCRA) della volontà di incaricare la Compañía de Valores della produzione di nuove banconote da 100 pesos. Dietro alla richiesta era difficile non vedere la mano di Boudou: non solo Daura era stata infatti nominata dal Ministro (nel frattempo divenuto Vicepresidente della Repubblica in seguito alle elezioni del precedente ottobre), ma proprio quest’ultimo aveva già incaricato la società della produzione di materiale pubblicitario per la campagna elettorale in tandem con la Presidenta Cristina Kirchner.

Dopo alcune resistenze, legate soprattutto alla permanente fragilità della società stampatrice, l’ex Presidente della BCRA Mercedes Marcó del Pont ritirava comunque le riserve e la Compañía de Valores Sudamericana avviava la stampa delle banconote nel maggio successivo.

L’Avvocato Diego Pirota,difensore sia di Boudou sia dell’impresario Nunez Carmona, ha deciso nel frattempo di scaricare Nunez Carmona.L’incompatibilità dei due ruoli e i motivi sono più che evidenti.Il 15 luglio il magistrato Ariel Lijo ha chiamato a deporre nell’indagatoria il Vice Presidente Amado Boudou.Si attendono nuovi (clamorosi) sviluppi.

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