ARGENTINA, UNA CORSA CONTRO IL TEMPO

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Corsa contro il tempo in Argentina per evitare il default.Oggi scade “teoricamente” il termine ultimo per l’Argentina per rimborsare ai creditori internazionali i cosiddetti “tango bond”, ovvero quelle obbligazioni ristrutturate dopo l’ultimo default di fine 2001 ma che non furono accettate da alcuni hedge fund americani (Nml Capital del magnate Paul Singer fra tutti).

La recente sentenza della Corte Suprema USA favorevole ai fondi “avvoltoio”, ha messo Buenos Aires in una condizione di grande difficoltà, in quanto entro il 30 giugno lo Stato argentino dovrebbe rimborsare diversi miliardi di dollari di debiti. Dalla Casa Rosada hanno fatto sapere di aver bisogno invece di tempo per organizzare un piano di rimborso, che sia conforme alle attuali disponibilità di cassa del paese.L’intento del governo sarebbe quello di pagare i debiti a rate.

Per mostrare un atteggiamento collaborativo per evitare il default,qualche giorno fa il Ministro dell’Economia Axel Kicillof ha fatto depositare un miliardo di dollari presso diversi istituti finanziari, di cui 539 milioni presso la Bank of Mellon di New York, l’istituto bancario incaricato di provvedere ai pagamenti dei creditori ristrutturati, al fine di rassicurare gli investitori sul pagamento di fine giugno,data in cui maturano scadenze per 832 milioni di dollari.

Ma il giudice americano Thomas Griesa ha rigettato la richiesta dell’Argentina di sospendere l’obbligo del pagamento ai fondi “avvoltoi”, in modo che le parti abbiano il tempo necessario per giungere a un accordo ed ha intimato alla Bank of Mellon (agente pagatore) di non distribuire le cedole sui bond Argentina 2033  restituendo i soldi al Tesoro argentino per non rendersi complice di una violazione di sentenza.

Bisogna ricordare che la Corte Suprema USA ha respinto il ricorso dell’Argentina contro la sentenza di appello di Griesa, che impone a Buenos Aires di pagare gli 1,33 miliardi di dollari vantati a credito dai fondi “avvoltoi” ricorrenti, i quali non hanno aderito alla ristrutturazione del debito del 2005 e del 2010. Secondo la giustizia americana competente della vicenda, in quanto i bond argentini erano stati emessi sotto la legge USA, tali fondi “avvoltoi” dissenzienti hanno il diritto al rimborso integrale dei bond, più gli interessi maturati sino alla data del pagamento, ed in assenza di tale rimborso l’Argentina non potrà procedere nemmeno a pagare le scadenze sui bond ristrutturati.

Il governo argentino, però, si rifiuta di pagare gli 1,33 miliardi ai creditori non ristrutturati, perché teme che anche gli altri creditori dissenzienti, ma che finora non hanno fatto ricorso, potrebbero appellarsi al tribunale americano, chiedendo il pagamento integrale dei bond. In secondo luogo poi anche i creditori ristrutturati alla luce di questi sviluppi potrebbero pretendere lo stesso trattamento più favorevole concesso agli altri obbligazionisti “ribelli”, in virtù della  clausola RUFO (Rights Upon Future Offerings), che assegna il diritto di richiedere al governo i maggiori benefici elargiti eventualmente a chi non aveva accettato la ristrutturazione del debito. Gli 1,33 miliardi di dollari che Buenos Aires dovrebbe sborsare in favore dei fondi “avvoltoio”, si stima che salirebbero così a oltre 16 miliardi qualora tutti i creditori dissenzienti facessero ricorso…Ma se anche i creditori ristrutturati,in forza della RUFO, pretendessero (legittimamente) che fossero applicate a loro le clausole più favorevoli accordate agli altri, il conto per il paese diverrebbero salatissimo! Il ministro dell’economia dell’Argentina, Alex Kicillof, intervenendo all’Onu ha lanciato l’allarme: se Buenos Aires dovesse rispettare la sentenza americana si troverebbe a pagare, con le cause che ne seguirebbero, fino a 120 miliardi di dollari(!), una cifra che il paese non è certamente in grado di pagare avendo in cassa riserve in valuta americana pari ad appena 28,5 miliardi.In sostanza,se tutti chiedessero parità di trattamento, il default sarebbe inevitabile.In verità, la data entro la quale si eviterà di fare scattare il default tecnico non è il 30 giugno, ma la fine di luglio, per via del “periodo di grazia” di 30 giorni previsto dalle clausole sui bond.

Kicillof però vorrebbe trovare un’intesa in extremis entro giugno, perché teme la reazione negativa dei mercati, nel caso in cui la scadenza odierna (come appare ormai molto probabile) non fosse rispettata.E’ per questo motivo che il Ministro dell’Economia è passato da una iniziale posizione rigida nei confronti dei fondi avvoltoio “Los buitres no pasaran”, a continui messaggi rassicuranti, del tipo “pagheremo”, “abbiamo l’assoluta intenzione di pagare”.Il deposito di un miliardo era un tassello che andava in questa direzione, ma tuttavia non rassicura sul fatto che potrà effettivamente farlo.

L’Argentina e gli hedge fund hanno avviato dei primi contatti ma come  afferma Daniel Pollack, lo “special master”,mediatore nominato dal giudice Griesa per gestire e facilitare le trattative fra Buenos Aires e i fondi speculativi, ”nessuna soluzione” è stata ancora raggiunta, ed intanto il tempo continua a passare inesorabile.In sintesi le opzioni che sta attualmente analizzando Buenos Aires sono 3:

1)    Non riconoscere nulla ai fondi avvoltoi, come ha sempre sostenuto la Presidenta Cristina Fernanda de Kirchner,ciò equivarrebbe a dichiarare “default tecnico” per poter cambiare la giurisdizione dei bond ristrutturati portandoli sotto la legge argentina anziché quella americana. Una mossa tecnicamente possibile, ma che avrebbe un ritorno mediatico estremamente negativo, sia per la presidenza a un anno dalle elezioni, sia per l’economia e che, alla fine dei conti, non impedirebbe ai fondi avvoltoi di ottenere i dovuti risarcimenti pignorando i beni dell’Argentina sparsi per il mondo (ricordiamo a tal proposito il tentativo tempo addietro di pignorare la Nave militare argentina “Fragata Libertad” e di porre sotto sequestro l’Ambasciata argentina a Parigi)

2)    Pagare integralmente i fondi “avvoltoi” entro il 31 luglio e contestualmente le cedole già staccate sui bond 2033. Questo però, farebbe scattare la clausola RUFO secondo la quale l’Argentina dovrebbe adeguare i risarcimenti agli obbligazionisti che avevano ristrutturato i bond nel 2005 e 2010 qualora venisse migliorata l’offerta ad altri creditori del debito.

3)    Il terzo scenario (per il quale l’Argentina starebbe spingendo maggiormente) consisterebbe nel trattare con i fondi avvoltoi una soluzione che consenta il risarcimento dopo il mese di dicembre (mese in cui scade la clausola RUFO) evitando così il default tecnico.La proposta, come riporta La Nacion consisterebbe in un acconto cash e un saldo costituito da nuove obbligazioni che il governo argentino riserverebbe agli hedge funds. Una soluzione che potrebbe (il condizionale è d’obbligo) mettere tutti d’accordo, evitando così un nuovo drammatico default del paese tredici anni dopo quello del 2001, scenario che certamente non converebbe a nessuna delle parti coinvolte.

Come se questa grana non bastasse per il disastrato governo della Presidenta Kirchner,il magistrato federale Ariel Lijo ha deciso di rinviare a processo il Vice Presidente della Repubblica,Amado Boudou, in merito all’affaire “Ciccone calcografica”.

 

 

 

 

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Argentina: La sentenza della Corte Suprema Usa e i possibili scenari

Argentina's Economy Minister Kicillof announces what the government will do following a major setback in its long-running legal battle against "holdout" investors in Buenos Aires

La Corte Suprema degli Stati Uniti, con una decisione in parte inaspettata, ha respinto le richieste dell’Argentina nell’ambito del contenzioso con alcuni “fondi avvoltoi” (capeggiati dagli hedge fund Aurelius Capital ed Elliot Management del magnate Paul Singer) sui titoli di Stato su cui Buenos Aires fece default all’inizio del millennio. Si tratta di fondi “avvoltoi”, che all’indomani degli accordi tra Buenos Aires e il 93% dei creditori, hanno comprato a pochi spiccioli i bond nelle mani dei creditori “ribelli”, puntando ad ottenere il rimborso del 100% del valore nominale dei titoli acquistati, facendo ricorso al Tribunale di New York.Ora il paese dovrà sborsare ora 1,3 miliardi di dollari per risarcirli. Due le opzioni rimaste: conformarsi alla sentenza del massimo tribunale Usa o rifiutarsi di pagare.Nel primo caso,  si dovrebbe attingere alle già scarse riserve valutarie della Banca Centrale Argentina(BCRA). Nel secondo caso, invece, Buenos Aires si screditerebbe per l’ennesima volta, quando da alcuni mesi invece sta tentando una timida riappacificazione con i mercati, mostrandosi più“market friendly”. L’Argentina aveva avvertito la Corte Suprema USA, nella sua documentazione sul ricorso contro la sentenza della Corte di Appello, che in caso di respingimento del ricorso, le conseguenze per il paese sarebbero state nefaste, paventando la possibilità di un default tecnico, giudicato dalla controparte una “esagerazione”. Il problema è che il prossimo 30 giugno deve essere onorato un pagamento in favore degli obbligazionisti ristrutturati e in possesso dei bond 2033. La Corte ha ribadito che questi creditori non possono essere pagati, se non si pagano contestualmente anche gli obbligazionisti dissenzienti, altrimenti sarebbe violata la clausola di pari trattamento tra tutti i creditori che l’Argentina si era impegnata a rispettare. In sostanza, se non saranno pagati gli 1,3 miliardi ai fondi avvoltoi, il governo argentino non potrà pagare nemmeno gli altri creditori ristrutturati. Da qui, lo spettro di un default tecnico (come dimostrano anche le parole molto chiare in un messaggio a reti unificate della Presidenta Cristina Kirchner che confermano questa paura), come fa presagire subito dopo la sentenza l’impennata dei rendimenti dei CDS (Credit Default Swap) – i titoli che assicurano dal rischio default – schizzati a 2.786 punti e il dollaro al mercato nero (dolar blue) che si è portato rapidamente a 12,40 pesos. E’ possibile però che lo stesso giudice americano Thomas Griesa riesca in extremis a trovare un accordo fra i contendenti che eviti lo scenario peggiore per l’Argentina e l’intera comunità finanziaria internazionale, magari imponendo al governo scadenze da rispettare per il pagamento ai fondi avvoltoi.La prima riunione di oggi fra le parti tuttavia mantiene lo stallo e  le parole di critica alla esternazioni della Presidenta Cristina Kirchner da parte del giudice Griesa non lasciano presagire nulla di buono.

La sentenza americana rappresenta anche un duro colpo alla politica locale, già sotto pressione per la crisi finanziaria e valutaria che sta vivendo il paese da qualche anno a questa parte.l’Argentina è alle prese con un’inflazione inarrestabile che punta dritta al 40%, mentre il peso è già stato parzialmente lasciato libero di oscillare contro il dollaro, ma tutt’ora sarebbe sopravvalutato.  “No pasaran”, così si è espresso contro i fondi avvoltoi il Ministro dell’Economia Axel Kicillof che ha spiegato che la cifra in gioco non sarebbe di 1,3 miliardi di dollari,bensì di 15 miliardi, in quanto il governo dovrebbe rispondere alle richieste anche di tutti gli altri creditori non ristrutturati. E con riserve valutarie crollate in un anno del 25% a 28,8 miliardi di dollari, è evidente che Buenos Aires non avrebbe il denaro sufficiente per pagare tutti. Da qui, lo spettro concreto del default. Proprio perchè non è detto che alla fine l’accordo si trovi,allora  l’Argentina sta anche cercando una soluzione tecnica per spingere gli obbligazionisti ristrutturati sotto la legge americana a passare sotto la giurisdizione locale. In questo modo si aggira la sentenza e i creditori ristrutturati potrebbero essere pagati ugualmente, in quanto non rientrerebbero più sotto la giurisdizione Usa.E’ evidente però che questa manovra oltre ad essere rischiosa per i creditori,non sarebbe ben vista dai mercati finanziari perché si tratterebbe dell’ennesimo escamotage trovato da Buenos Aires per aggirare le regole a cui formalmente si sottopone. Non è un caso che l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha declassato i bond argentini a CCC-, 9 gradini al di sotto del livello “investment grade”.Se l’Argentina fosse tagliata nuovamente fuori dal circuito finanziario globale, crollerebbe rapidamente. Scarse riserve, inflazione accumulata nei primi 5 mesi dell’anno del 12,9%, peso al collasso ed economia in contrazione: gli ingredienti per una tempesta perfetta.

L’ARGENTINA CON IL FIATO SOSPESO

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L’Argentina in queste ore è letteralmente con il fiato sospeso.No, non si tratta del tanto atteso debutto nel mondiale di calcio contro la Bosnia, ma di un’altra partita ben più importante, quella con la Corte Suprema USA. che si dovrà pronunciare sul ricorso del governo di Buenos Aires contro la sentenza del giudice Thomas Griesa, che ha condannato il paese sudamericano a pagare il 100% dei titoli in possesso per 1,33 miliardi di dollari dei cosiddetti fondi “avvoltoi”, capitanati da Nml Capital.

La sentenza,attesa inzialmente per giovedi 12 è slittata a lunedì.Nel caso in cui il ricorso fosse respinto, la sentenza di Griesa diverrebbe immediatamente esecutiva.La Banca Centrale (BCRA) si sarebbe già preparata, avendo acquistato in questi giorni 150 milioni di dollari, il dato più alto dell’ultimo mese, rimpinguando un pò le stremate riserve valutarie, pari ora a 28,779 miliardi di dollari.

E’ proprio il basso livello delle riserve valutarie a preoccupare gli investitori, anche perché il tasso di cambio tra peso e dollaro non è ancora libero di oscillare sul mercato, nonostante sia stato svalutato del 60% nell’ultimo anno e oggi si attesti sopra quota 8. Per diversi analisti Cristina Fernandez de Kirchner potrebbe concludere il suo mandato, in scadenza nell’autunno del 2015, con una ulteriore svalutazione del peso nell’ordine del 20-30%, a quota 9,50-9,70 contro 1 dollaro.La svalutazione sarebbe compatibile con le indiscrezioni uscite pochi giorni fa, secondo cui, nel caso di una sentenza avversa da Washington, la Kirchner (nonostante le successive smentite del governo argentino) sarebbe pronta a dichiarare nuovamente default sul debito sovrano, in modo da ristrutturare ancora i bond e pagare gli obbligazionisti del fondo Nml Capital a condizioni penalizzanti, rispetto a quelle concesse dai giudici USA.   La svalutazione del peso, infatti, consentirebbe all’Argentina di far confluire nuovamente dollari nel paese, evitando il prosciugamento delle riserve, come sta effetivamente avvenendo ad oggi (stessa cosa anche in Venezuela), sebbene le importazioni diverrebbero molto più costose, in un paese dove ormai linflazione viaggia come un treno inarrestabile ben oltre il 30%! L’unico aspetto positivo nella sconquassata finanza argentina sta nei rendimenti dei cds (credit default swap) a 5 anni, ossia dei titoli che assicurano dal rischio default, scesi in un anno dal 18,4% in zona 14%.Il mercato (anche per l’interessamento di Obama) sembrerebbe scommettere su una soluzione positiva della vicenda,ma tutto può cambiare nell’arco di 48 ore.Tuttavia la profonda diffidenza che circonda l’Argentina sembra permanere agli occhi degli osservatori internazionali: dopo il default economico del 2001, è considerata infatti un “paria” della comunità finanziaria internazionale.”Non c’è un piano segreto per evadere i pagamenti”, ha dichiarato Carmine Boccuzzi della società legale Cleary Gottlieb Steen & Hamilton che rappresenta l’Argentina nel contenzioso.Tuttavia una vittoria dei “fondi avvoltoi” creerebbe un precedente molto pericoloso (e non solo per l’Argentina,il rischio contagio potrebbe poi colpire anche la Grecia) perché anche quel 93% di creditori che in un primo tempo aveva accettato a malincuore la ristrutturazione,si  sentirebbe legittimato a percorre la stessa strada per avere un rimborso integrale dei bond svalutati.Ma questa ipotesi,come ha ammesso lo stesso Boccuzzi significherebbe che “given the fact that the Republic does not have the resources to pay all of the holdouts, is that there will likely be a default, an across-the-board default” .In pratica questo equivale ad una conferma indiretta di questo piano segreto: un default inevitabile.Per quanto riguarda poi il recente accordo siglato dal Ministro dell’Economia Axel Kiciloff con il Club di Parigi, nei prossimi cinque anni il Paese latinoamericano dovrà pagare 9.700 milioni di dollari, cifra che include il debito originale di 5.000 milioni di dollari più gli interessi maturati dal default del 2001 fino a oggi. L’accordo prevede un esborso iniziale di 650 milioni di dollari a luglio 2014 e  500 milioni a maggio 2015. I capitali dovuti matureranno interessi del 3% annuo per i primi cinque anni.Questo rappresenta certamente un passo fondamentale nella strategia di riavvicinamento dei mercati internazionali del debito (preclusi fino ad oggi dopo il default 2001).il Governo argentino negli ultimi mesi sta infatti cercando faticosamente di mostrare timidi segnali di una inversione di tendenza rispetto al recente passato populista in materia economica, il risarcimento al gruppo spagnolo Repsol per l’esproprio delle azioni della compagnia petrolifera YPF rientra per esempio all’interno di questa strategia. Tuttavia, l’Istituto argentino per lo Sviluppo Sociale (IDESA),centro di ricerca indipendente e senza scopo di lucro,ha lanciato un’allerta sulle “conseguenze distruttive” derivanti dall’aver stretto in questo particolare momento un accordo con il Club di Parigi, proprio mentre nel paese persiste un deficit di bilancio elevato e crescente.

Non si può non notare poi,come rimarcato anche dalle opposizioni al governo Kirchnerista, che il debito per gran parte sarà pagato da un altro Governo, considerando la scadenza presidenziale nel 2015. L’Argentina ha infatti promesso di pagare 1.200 milioni di dollari (12% del totale) nel maggio del prossimo anno, mentre il resto (88%) dovrà essere pagato dalle Amministrazioni cui toccherà la gestione dell’accordo a partire dal 2016, quando si insedierà il nuovo Governo.

Un punto centrale da considerare, secondo quanto riportato da IDESA, è lo stato dei conti pubblici argentini. Secondo il Ministero dell’Economia, il deficit di bilancio nel primo trimestre di quest’anno ha raggiunto il livello record di 4.926 milioni di dollari. «Firmare accordi che dovranno essere mantenuti dai prossimi governi per colmare l’attuale deficit di bilancio, contraendo un ulteriore debito, significa prolungare l’agonia e ipotecare il futuro»,evidenzia il centro studi.

Secondo IDESA, gli abbondanti flussi di credito del mercato estero,  con tassi di interesse molto bassi, sono un’opportunità che l’Argentina sta sprecando da un decennio, ma nelle attuali condizioni economiche, l’inaccessibilità al credito internazionale non era da intendersi come una punizione, bensì come una tutela contro l’incapacità di prendere in prestito dollari per sanare il deficit di bilancio generato da un Governo che non abbandona il suo circolo vizioso: aumento della spesa pubblica (tra il 2000 e il 2010 è aumentata dal 28,3% al 38,4% del PIL ) abbinato a una notevole emissione monetaria,  da cui deriva la crescita eccessiva dell’inflazione e il costo del dollaro.

A tutto questo si aggiunge l’incertezza per il futuro generata dal rallentamento nella creazione di nuovi posti di lavoro: Il tasso di disoccupazione si attesta al 7,1%, mentre la creazione di posti di lavoro è rimasta pressoché invariata negli ultimi sei mesi.

Parallelamente, la povertà quest’anno potrebbe superare il 27,5% registrato nel 2013 tra la popolazione urbana totale, come stimato da un’indagine dell’ Universidad Catolica Argentina (UCA).

In questo contesto tutt’altro che roseo, si ingrossa il “Boudougate” (uno dei principali casi di malversazione politica argentina attualmente nell’occhio del ciclone, insieme alla “ruta del dinero K”,la via dei soldi delle tangenti,attraverso paradisi fiscali, che hanno legato a doppio filo in questo decennio i Kirchner all’imprenditore Lazaro Baez). Il procuratore Jorge Di Lello ha avviato un’indagine penale contro il Vicepresidente della Repubblica Amado Boudou, accusato di arricchimento illecito durante il periodo in cui sedette alla poltrona di Ministro delle Finanze. L’accusa del Pubblico Ministero è stata consegnata al magistrato federale Ariel Lijo. L’accusa coinvolge anche la giovane fidanzata Agustina Kampfer, assieme agli imprenditori José María Nuñez Carmona e Alejandro Vandebroele. La denuncia originale è stata presentata da Christian Sanz, Direttore del Portale Periodico Tribuna. Ma in cosa consiste questo scandalo? il salvataggio della storica Ciccone Calcográfica S.A., un’impresa fondata nel 1951 e nota per avere più volte ottenuto commissioni dal Governo per stampare banconote ed altri documenti ufficiali. Indebolita da scelte finanziarie errate negli anni novanta e quindi dalla crisi del 2001, la società si trovava otto anni dopo nella condizione di dover chiudere i battenti per la scadenza dei contratti con il Governo relativi alla stampa di passaporti e carte di identità. Nell’agosto 2010, in effetti, l’Amministrazione Federale delle Entrate Pubbliche (AFIP) otteneva la dichiarazione di fallimento per la Ciccone, dalla quale si esigeva di saldare anche un debito di 239 milioni di pesos. La storia della società stampatrice, che sembrava ormai definitivamente chiusa, si riapriva neanche due mesi dopo in seguito all’intervento di due società, “London Supply” e “The Old Fund”, il cui interessamento permetteva il ritiro della dichiarazione di fallimento e, in novembre, la richiesta all’AFIP da parte del Ministero dell’Economia di una speciale moratoria per l’estinzione del debito. L’inverno successivo, la The Old Fund di Alejandro Vanderbroele riprendeva il controllo dello stabilimento e rinominava la Ciccone in Compañía de Valores Sudamericana.

Proprio l’intervento da parte del Governo sollevava però le perplessità della Magistratura, che nel 2012 istituiva un’indagine in seguito alle denunce presentate dalla moglie di Vanderbroele, Laura Muñoz. Secondo la donna, infatti, il marito sarebbe stato solo un prestanome: il vero acquirente della Ciccone sarebbe stato il Ministro Amado Boudou! Nonostante quest’ultimo avesse a più riprese negato ogni rapporto col nuovo direttore della Compañía de Valores, gli inquirenti scoprivano presto che Vanderbroele aveva pagato affitto e abbonamento televisivo di un appartamento intestato al Ministro. La replica di Boudou tradiva un certo accento kirchnerista”, accostando le indagini alla «mafia di Magnetto», vale a dire dell’amministratore delegato del Gruppo Clarín, con cui il Governo è notoriamente in conflitto.Nonostante questo, l’indagine proseguiva e giungeva alle conclusioni divenute ormai di pubblico dominio: secondo la richiesta di istruttoria, quelle del Ministro sarebbero state «negoziazioni incompatibili» con la propria funzione, soprattutto relativamente all’intenzione di The Old Fund di giungere, attraverso l’acquisizione della Ciccone, ad accordi con lo Stato Nazionale «per la produzione banconote di corso legale».

Nel gennaio 2012, infatti, la direttrice della Casa de Moneda, Katya Soledad Daura, informava la Banca Centrale della Repubblica Argentina (BCRA) della volontà di incaricare la Compañía de Valores della produzione di nuove banconote da 100 pesos. Dietro alla richiesta era difficile non vedere la mano di Boudou: non solo Daura era stata infatti nominata dal Ministro (nel frattempo divenuto Vicepresidente della Repubblica in seguito alle elezioni del precedente ottobre), ma proprio quest’ultimo aveva già incaricato la società della produzione di materiale pubblicitario per la campagna elettorale in tandem con la Presidenta Cristina Kirchner.

Dopo alcune resistenze, legate soprattutto alla permanente fragilità della società stampatrice, l’ex Presidente della BCRA Mercedes Marcó del Pont ritirava comunque le riserve e la Compañía de Valores Sudamericana avviava la stampa delle banconote nel maggio successivo.

L’Avvocato Diego Pirota,difensore sia di Boudou sia dell’impresario Nunez Carmona, ha deciso nel frattempo di scaricare Nunez Carmona.L’incompatibilità dei due ruoli e i motivi sono più che evidenti.Il 15 luglio il magistrato Ariel Lijo ha chiamato a deporre nell’indagatoria il Vice Presidente Amado Boudou.Si attendono nuovi (clamorosi) sviluppi.