“K- LA DECADA ROBADA”

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La parabola politica di Amado Boudou, Vicepresidente della Repubblica Argentina, sembra essere ormai inoltratasi nella sua fase calante. La recente richiesta da parte delle autorità giudiziarie di aprire un fascicolo su di lui nell’inchiesta relativa al caso della Ciccone Calcográficapotrebbe infatti affossare definitivamente le ormai esili speranze di succedere alla Presidente Cristina Fernández de Kirchner nelle elezioni che si terranno nel 2015. Nei giorni successivi alle richieste di avviare l’istruttoria, Boudou ha cercato di salvaguardare la propria immagine istituzionale, presentandosi spontaneamente in Tribunale per presentare documenti che dovrebbero rispondere ad ogni dubbio dei giudici e seguendo regolarmente le attività del Senato, della cui Presidenza è titolare. Tuttavia, appare sempre più chiaro come Boudou, abbia ormai perso influenza in ambito governativo, anche a causa di fattori politici estranei alle recenti vicende giudiziarie. Anzi, queste ultime potrebbero imporre di chiarire gli equilibri interni al Partido Justicialista (PJ) in vista delle elezioni che sanciranno il passaggio, almeno formale, al “post-kirchnerismo”.

Amado Boudou è un rappresentante a pieno titolo dell’ ”era K”, cioè la decade in cui la scena politica del Paese è stata dominata dai coniugi Kirchner (la così detta “decada ganada” prima con Néstor, Presidente dal 2003 al 2007, quindi con Cristina, attuale Presidente).

Come questi ultimi hanno notoriamente tratto notevole vantaggio economico dalla propria posizione politica, vedendo il proprio patrimonio lievitare da 7 a 89 milioni di pesos tra il 2003 ed il 2011, così anche Boudou sembra aver approfittato delle proprie cariche a scopo finanziario. Tuttavia, mentre a più riprese la giustizia argentina ha dovuto soprassedere in merito ai vari procedimenti avviati per presunti illeciti nell’arricchimento dei Kirchner, nel 2012 i magistrati trovarono evidenze ben più consistenti a carico dell’allora appena eletto Vicepresidente e già Ministro dell’Economia nella precedente squadra di Governo. Quest’ultimo ruolo non viene citato in modo casuale: proprio grazie alla sua carica,Amado Boudou avrebbe adoperato la macchina statale per le operazioni su cui i giudici stanno cercando di far luce.

Il ‘caso Ciccone’ (o ‘Boudougate’) riguarda, infatti, il salvataggio della storica Ciccone Calcográfica S.A., un’impresa fondata nel 1951 e nota per avere più volte ottenuto commissioni dal Governo per stampare banconote ed altri documenti ufficiali. Indebolita da scelte finanziarie errate negli anni ‘90 e quindi dalla crisi del 2001, la società si trovava otto anni dopo nella condizione di dover chiudere i battenti per la scadenza dei contratti col Governo relativi alla stampa di passaporti e carte di identità. Nell’agosto 2010, in effetti, l’Amministrazione Federale delle Entrate Pubbliche (AFIP) otteneva la dichiarazione di fallimento per la Ciccone, dalla quale si esigeva di saldare anche un debito di 239 milioni di pesos (21 milioni di euro). Lastoria della società stampatrice, che sembrava ormai definitivamente chiusa,si riapriva neanche due mesi dopo in seguito all’intervento di due società, London Supply e The Old Fund, il cui interessamento permetteva il ritiro della dichiarazione di fallimento e, in novembre,la richiesta all’AFIP da parte del Ministero dell’Economia di una speciale moratoria per l’estinzione del debito. L’inverno successivo, la The Old Fund di Alejandro Vanderbroele riprendeva il controllo dello stabilimento, nel frattempo occupato da un’altra società, la Boldt S.A., e rinominava la Ciccone in Compañía de Valores Sudamericana.

Proprio l’intervento da parte del Governo sollevava però le perplessità della Magistratura, che nel 2012 istituiva un’indagine in seguito alle denunce della moglie di Vanderbroele, Laura Muñoz. Secondo la donna, infatti, il marito sarebbe stato solo un prestanome: il vero acquirente della Ciccone sarebbe stato il Ministro Amado Boudou. Nonostante quest’ultimo avesse a più riprese negato ogni rapporto col nuovo direttore della Compañía, gli inquirenti scoprivano presto che Vanderbroele aveva pagato affitto e abbonamento televisivo di un appartamento intestato al Ministro. La replica di Boudou tradiva una certa “vena kirchnerista”,accostando le indagini del giudice Daniel Refecas alla«mafia di Magnetto», vale a dire dell’amministratore delegato del Gruppo Clarín, con cui il Governo è notoriamente in conflitto.Nonostante questo, l’indagine proseguiva e giungeva alle seguenti conclusioni ufficiali: secondo la richiesta di istruttoria, quelle del Ministro sarebbero state «negoziazioni incompatibili» con la propria funzione, soprattutto relativamente all’intenzione di The Old Fund di giungere, attraverso l’acquisizione della Ciccone, ad accordi con lo Stato Nazionale «per la produzione banconote di corso legale».

Nel gennaio 2012, infatti, la direttrice della Casa de Moneda, Katya Soledad Daura, informava la Banca Centrale della Repubblica Argentina (BCRA) della volontà di incaricare la Compañía de Valores Sudamericana della produzione di nuove banconote da 100 pesos. Dietro alla richiesta era difficile non vedere la mano di Boudou: non solo Daura era stata nominata dal Ministro (nel frattempo divenuto Vicepresidente della Repubblica), ma proprio quest’ultimo aveva già incaricato la società della produzione di materiale pubblicitario per il suo tandem elettorale con la Presidente Cristina Fernández. Dopo alcune resistenze iniziali, legate soprattutto alla permanente fragilità della società stampatrice, la Presidente della BCRA Mercedes Marcó del Pont, ritirava comunque le riserve e la Compañía de Valores Sudamericana avviava la stampa delle banconote nel maggio successivo.

Questo aspetto della presunta malversazione getta luce su un altro punto di debolezza per Boudou: le stesse politiche monetarie applicate dal Ministero dell’Economia e BCRA, creano ormai più di un motivo di imbarazzo per l’Amministrazione kirchnerista. Non va infatti dimenticato che il cosiddetto “cepo cambiario”, ossia gli ostacoli posti dal Governo all’acquisizione di dollari da parte dei cittadini argentini, fu posto in essere proprio con Boudou alla scrivania del Ministero dell’Economia, nell’ottobre 2011. Benché, attualmente, al suo posto sieda il giovane Axel Kicillof, sembra prevedibile che il fallimento di un orientamento già di per sé decisamente impopolare, possa indebolire definitivamente la posizione già precaria del Vicepresidente.

E che dire del processo per “arricchimento illecito” che dovrà affrontare Ricardo Jaime, ex Segretario dei trasporti? E riguardo agli ultimi clamorosi sviluppi sul caso che legano l’imprenditore Lazaro Baez ai Kirchner? Lo scandalo parte dal programma giornalistico“Periodismo Para Todos” di Jorge Lanata , nel quale si mostra un filmato in cui l’imprenditore Leonardo Fariña, ignorando di essere ripreso, descriveva la «rete di riciclaggio dello Stato» elaborata dall’ex Presidente Néstor Kirchner al fine di trasferire l’equivalente di quasi 55 milioni di euro verso paradisi fiscali. Tramite di queste operazioni sarebbe stata, secondo Fariña, la finanziaria SGI di Federico Elaskar, ma a gestire il complesso sistema,che funzionava attraverso una cinquantina di società,sarebbe stato Lázaro Báez, imprenditore vicino alla famiglia presidenziale. Il rapporto che lega Báez ai Kirchner si sarebbe sviluppato sin dagli anni ‘90, quando Néstor Kirchner era Governatore della Provincia di Santa Cruz, ed avrebbe portato notevoli vantaggi economici ad entrambe le parti durante questi undici anni di Governo kirchnerista.

Emerge infatti che la Austral Construcciones di Lazaro Báez, originariamente un modesto impiegato del Banco di Santa Cruz, dall’insediamento di Néstor Kirchner al Governo federale, avrebbe ottenuto in appalto l’82% delle opere pubbliche nella Provincia santacruceña, per un totale di più di cinque miliardi di pesos! Baez diveniva così ben presto uno degli uomini più rilevanti dell’economia locale, acquisendo proprietà nella capitale provinciale di Río Gallegos, ma anche nella Provincia di Buenos Aires e nella capitale federale.

Tali acquisti comprendevano tra l’altro terreni (263.000 ettari solo nella Provincia di Santa Cruz), appartamenti, imprese commerciali ed interi edifici: il tutto a prezzi di gran lunga superiori a quelli di mercato. Oltre che dalle dichiarazioni di Fariña, un’ulteriore conferma del legame a doppio filo tra Báez e Néstor Kirchner proviene dai documenti scovati da Lanata e presentati ai magistrati dalla deputata Elisa Carrió, risalenti al giugno 2005 e consistenti nell’assegnazione ad Austral della costruzione di 10 abitazioni su proprietà appartenenti all’allora Presidente argentino.

Ma quali erano i meccanismi per il lavaggio di denaro? Il filone d’inchiesta seguito da Lanata mostra come un ruolo rilevante sia stato giocato dal Ministero per la Pianificazione, guidato da Julio de Vido: attraverso numerosi contatti con la cerchia di Báez, de Vido avrebbe condizionato l’andamento delle gare di appalto per favorire l’imprenditore di casa Kirchner. «Le opere le risolve de Vido», affermava infatti l’ex Governatore di Santa Cruz, Sergio Acevedo, secondo le cui parole, il Ministro tutt’ora in carica, avrebbe svolto anche le funzioni di “cassiere” per la raccolta delle tangenti. Un’altra modalità sarebbe consistita nell’affittare a prezzo maggiorato interi alberghi di proprietà della coppia presidenziale: tra il 2010 e il 2011 la società Valle Mitre (di proprietà di Báez) avrebbe versato ai Kirchner più di 14,5 milioni di pesos. Ma il filo rosso del sistema rimaneva il modo di far giungere il denaro da riciclare verso i paradisi fiscali esteri. Il sistema di cui, secondo Fariña, Báez era solo il prestanome di Kirchner funzionava lungo le rotte per Panama e la Svizzera, passando per l’Uruguay. Apparentemente il centro delle operazioni sarebbe stato il Madero Center, nella zona di Puerto Madero, a pochi passi dalla Casa Rosada. È da questo punto d’incontro, conosciuto come “La Rosadita” e utilizzato da numerosi personaggi politici di spicco per cambiare denaro in dollari, che il denaro da riciclare sarebbe partito verso la Svizzera, facendo prima scalo a Montevideo. La Casa Rosada inoltre ha dato la netta impressione di aver compiuto ogni sforzo per ostacolare e affossare la prosecuzione delle indagini. Tra i casi più eclatanti, quello più recente riguarda il Procuratore José María Campagnoli. Campagnoli era il procuratore che si occupava delle indagini sul caso Báez. Era perché dallo scorso dicembre, Campagnoli è stato sospeso dalle sue funzioni dal Tribunale Istruttorio del Ministero degli Affari Pubblici.

Nel frattempo l’Uruguay,coinvolto anch’esso nel caso della “ruta del dinero K”, ha aperto a sua volta un’inchiesta sul riciclaggio di denaro, imputando Lázaro Báez già dallo scorso inverno (la nostra estate). Il caso è però rimasto a lungo in sospeso, a causa del mancato invio, da parte delle autorità argentine, dei documenti richiesti dalla corte uruguaiana.

Tale difficile collaborazione ha causato attriti fra i due Paesi ed un’indagine sulla possibilità che il Ministero degli Esteri avesse impedito la cooperazione giudiziaria.

Ma proprio Montevideo sembra avere fornito in queste ultime settimane, un indizio chiave: il 15 marzo sarebbe giunto dall’Uruguay un rapporto bancario che accerterebbe il passaggio di 16,5 milioni di dollari verso la società finanziaria Helvetic Service Group, in Svizzera

I protagonisti, intanto, mentre tentano di arrestare le rivelazioni sul complesso sistema, sembrano comunque rassegnati alla fine dello stesso.

La Presidenta Cristina Fernández de Kirchner sa infatti che non potrà prolungare la propria permanenza alla Casa Rosada dopo l’ottobre 2015 e anche l’esile possibilità di gestire il sistema di potere instaurato in questi anni attraverso i suoi uomini chiave sembra svanire sotto l’incedere degli scandali giudiziari e dei fallimenti delle politiche economiche che hanno distinto “l’era K”. Per far fronte al rapido calo delle riserve di valuta estera, a gennaio il BCRA in un solo giorno ha fatto precipitare di proposito il peso più di quanto non sia riuscita a fare la crisi finanziaria del 2002. Nonostante la forte svalutazione abbia penalizzato il potere d’acquisto degli argentini (dall’inizio dell’anno il peso è sceso del 20% rispetto al dollaro) ha anche sortito per ora l’effetto desiderato. Il calo delle riserve ha rallentato il ritmo, il peso si è stabilizzato e l’aumento dei tassi d’interesse ha contribuito ad assorbire l’eccesso di liquidità. Questa tregua però a detta di molti sembra destinata a durare poco.Il governo di Cristina Kirchner sta semplicemente alleviando i sintomi del malessere economico del paese, piuttosto che risolvere il problema alla radice.

In parole povere, l’inasprimento della politica fiscale messo in atto dal governo non è sufficiente a bloccare l’inflazione ormai fuori controllo (30%) che costituisce il problema principale del paese.

Il Fondo Monetario Internazionale in un suo recente report, ha letteralmente “demolito” l’economia argentina,comparandola apertamente al Venezuela. Ben presto l’elevata spesa pubblica e le generose sovvenzioni che alimentano l’aumento dei prezzi al consumo riporteranno l’Argentina al punto di partenza.

Nel 2015 il nuovo Presidente si troverà uno scenario da incubo, poiché il calo delle riserve aumenta il rischio che l’Argentina non riesca, ancora una volta, a pagare i propri creditori.

Nel frattempo questa sera,dopo la pausa estiva, torna su canal Trece il “gordo golpista” con Periodismo Para Todos!

LANATA VUELVE EN ABRIL

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